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La Lanaro di Ale

febbraio 2nd, 2011

Pubblico l’articolo di Alessandro sulla sua Lanaro Gran Fondo. QUI il mio articolo e QUI l’articolo della Valentina…. buone letture!

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Dal terrazzo solo nebbia…alberi e nebbia…a malapena si vede la casa di fronte…il mare invece è un premio che non posso riscuotere…

Domenica 16 gennaio ore 7.20, non una domenica qualsiasi oggi. Cosa spinga un bipede a levarsi dal letto la domenica con un tempo da lupi per andar a correre 32 km in Carso non è dato a sapere…l’altra metà della famiglia dorme mentre io mi sparo fette biscottate, miele, biscotti e caffelatte, papà Marcello è stato invitato come taxista già il giorno prima; l’appuntamento con lui è alle 8, passerà a prendermi…tanto so già che arriva prima…DRRRRIIIIINNNNN….ore 7.45…

- Disturbooo ?? Bongioooorno! -

- Ma no no..la vegni….Ali xè in bagno..la bevi un caffè? – risponde la Fù facendo leva su tutte le sue forze messe assieme nonostante il risveglio non proprio dolce

Intanto io mi vesto, sono tranquillissimo e mi sento bene…ok pronti via…destinazione Moccò..muso della macchina su per via Bonomea ed il cielo che comincia a prender forma, deviando dal bianco latte al celestino ad uno straordinario azzurro. Embè, mica male! La giornata prevede una costante presenza a queste altitudini per buona parte della giornata, per cui tutto di guadagnato.

Papà mi lascia sulla strada che scende verso Bagnoli, già ingombra di macchine, runner, bikers..l’appuntamento con lui è a Pese, lì della chiesa…ha il compito d’aspettare il mio passaggio per un primo rifornimento d’acqua.

Percorro le poche centinaia di metri che mi separano dalla partenza senza pensare a quello che sto per fare; a tutt’oggi di chilometri tutti d’un fiato ne ho fatti al massimo 24…ora ne sommo ulteriori 8, con l‘handicap del dislivello come valore aggiunto..mah…

Siamo in 120, tutti numerati, tutti gasatissimi…ci sono Fulvio, Davide, Vale, Giorgio (ed i suoi 65 anni…!) Stefano, Marcello, Sandra, Enrico, Dario…chi corricchia per scaldare i muscoli, chi chiacchera, chi fa streching…pochi minuti al via.

Ripeto in continuazione il mio mantra “..parti pian…parti pian..Ale parti pian…parti pian…” …sto benissimo, le gambe non vedono l’ora di iniziare a portarmi…“parti pian…parti pian…”…lo speaker chiama gli ultimi 10 secondi che vengono scanditi da tutti quasi come rito liberatorio 9…8…7……..4..3..…”parti pian…parti pian…” 2…1..…VIAAAAAAAAA !!

Il GPS inzia a fare il suo lavoro…5.50 al km, ecco DEVO stare così per i prossimi 5 km, almeno fino a Pese….non ho fatto praticamente riscaldamento per cui userò i primi chilometri della gara per farlo..5.30…5.20 – rallenta Aleee – mi dico…5.00….4.50…il mantra è andato a farsi benedire…sto benissimo le gambe vanno che è un piacere…ma so già che mi farò del male…al 3° km Andrea mi scatta una foto…sorrido, allargo le braccia e mi avanza il fiato per scambiare qualche battuta con lui prima di proseguire…vabbè…

Sono alla fine della ciclabile, prima salita(ona) verso Pese….molti camminano, io do benzina ai muscoli e corricchio, saltellando tra fango, radici sporgenti, pietre sparse qua e là…a Pese c’è papà Marcello con la seconda bottiglia d’acqua. Dicono sia una delle peggiori salite della gara, l’ho superata senza tanti drammi…ma siamo appena all’inizio, faccio finta di niente e provo a non pensarci…

Ecco papà !

-dai che te son ultimo..!

- ..ecchecà…?@#!!….-

-dai dai forza…-

prendo la bottiglia, datami da papà con tutto il sacchetto di nylon (!!)

-papà…papààààà….ciol el sacchetto…papàààààà el sachetoooo….-

-cossa??…ah si si…ciao…ciao…se vedemo…ciao…-

Lo saluto e scappo via verso Basovizza con la bottiglia d’acqua che però abbandono dopo alcune centinaia di metri perchè disturba parecchio tenuta in mano (mi servirà da lezione per le prossime…)…ancora un po’ di salita sotto il Cocusso e poi la discesa verso l’osservatorio astronomico, fino al bosco Igouza, quello degli anelli di 3 e 5 km tanto cari ai runner.Da adesso in poi ho davanti più o meno una mezza maratona…inizio ad essere un po’ (?) preoccupato…sono ampiamente sotto l’ora dopo 10 km…e per questo NON va decisamente bene.Inizio a pensare, forse troppo, ai 21 e passa km che mi separano dall’arrivo…alle salite sul Lanaro…ma intanto corro. I primi bikers mi superano nel bosco, da adesso in poi l’onda sulle due ruote sarà una costante.

Lanaro LGF

Assieme ad un altro runner (scoprirò poi che si chiama come me…) passiamo Gropada lasciando sulla sinistra il monte Gaia, ad un piccolo ristoro improvvisato butto giù un po’ di tè, fingo sia il carburante per il monte dei Pini proprio là dietro che con i suoi 476 metri mette a dura prova non solo noi muniti di sole scarpe ma anche chi pedala.La discesa verso Trebiciano è un carnevale di runner, bikers,ancora runner e bikers che ti arrivano da destra e sinistra…è bellissimo la sportività e la complicità che si forma in quei momenti. Nei “single track” mi fermo spesso per lasciarli passare….loro prendono metri, io fiato.

-biciiii…te passo a sinistraaa!-

-biciiiiiii…te passo alla tua destraaaaa…grazieeeeee….!!-

Lascio il confine di Orlek alla destra proprio qui mi supera Andrea in bici

-Sandroooooo !!! -

-ciao mulòn, se vedemo su !!!-

-Siiii !!-

Pedala che è un piacere e lo vedo sparire nelle curve più avanti… ma mi tornerà utile più in là..

Nei boschi dietro Trebiciano il GPS mi da una media di 5.35….

All’altezza dell’oleodotto Paolo della Vulkan ad uno dei tanti incroci ottimamente pattugliati dai ragazzi

-Grande Sandron…tropa roba…dai dai dai…-

-come xè muloooo???-

-ben con mi..con ti anche me par..graaaande…vai vai!!.

20° km circa, ristoro di Fernetti proprio sotto il cavalcavia dell’autostrada mi FERMO per bere un bel bicchiere di tè caldo (mona…mona…mona..) , trovando pure il tempo di scherzare con Pino della Bavisela che mi scatta una foto…

Lanaro LGF

-voltiteeee…cossa te vol che te fotografo el cul…voltiteeee-

-ara che se mejo un bel cul che una bruta facia Pino…cin cin !!!-

-va pian Sandro, ara che la xè ancora lunga…-

-si si so grazie…ciao Pino !-

Riparto, credo dopo una sosta di 50-60 secondi…non l’avessi mai fatto..le gambe s’irrigidiscono, memore dei consigli di chi ne sa più di me amplifico il movimento delle braccia e butto il corpo in avanti (devo essere terribilmente ridicolo…) , sforzo ma faccio una fatica bestia a superare il bellissimo falsopiano sotto il monte Orsario…mi fermo per far pipì…riparto con ancora più fatica.Arrivo sull’asfalto che fa da apripista alle ultime salite e mi porta fino a Zolla, Robi, collega Telecom ed uno dei “vecchi” della Vulkan mi stimola ed io rispondo mascherando bene (?) il mio stato

-’ndemo Sandròn, ale ‘ndemo..!!-

-Robiiiii….- ….non riesco a dire altro..

…inizio a sentire un fastidiosissimo dolore all’inguine sinistro, che poi prende tutta la fascia addominale…comincio a camminare e parecchi runners che avevo lasciato indietro sulla ciclabile prima di Draga, mi superano. Andrea (quella che mi ha scattato la prima foto…) mi affianca in bici (lui non fa la gara ma supporta i tanti che conosce lungo il percorso), mi sprona, ma non riesco a mettere assieme le forze…altri mi superano, ora devo fare i conti anche con una sgradevole situazione psicologica che ti prende quando vedi gli altri con tanta benzina e tu quasi ormai all’asciutto. Ormai la media fa farsi benedire, premo (me ne accorgerò alla fine) inavvertitamente il tasto stop del GPS, facendo terminare a lui la corsa qui…mi rendo conto che anche gli zuccheri iniziano a scarseggiare perchè guardo ripetutamente il display senza rendermi conto che l’ho messo accidentalmente in pausa…andiamo bene….

A Zolla, all’altezza del ristorante Furlan, c’è un po’ di gente, l’orgoglio vince e mi fa superare questa piccola folla corricchiando.Mi affianco a dei runner in difficoltà come me…scambiamo tre parole..loro ripartono invitandomi a seguirli..non c’è la faccio.Ora oltre all’inguine ed agli addominali, al malstare partecipa anche il polpaccio destro…se corro mi prendono i crampi…arriva Valentina, mi metto nella sua scia…per un po’ mantengo il ritmo poi cedo…

-dai Aleeee….carattere…dai…vieni piano…daiiiiiiiiii -

-non riesco…i crampi…il polpaccio…non riesco…-

-ok ok…dai che ci vediamo su…dai che manca poco…daiiiii…

Rimango solo..corro e cammino…anzi cammino quasi sempre…il polpaccio non molla e diventa l’assoluto protagonista dei miei disturbi relegando inguine ed addominali a semplici comparse, il bosco del Lanaro m’inghiotte, le salite ormai non si contano…qualche bikers arranca spingendo a mano la bicicletta..

-ca…o che dura !- imprecano

-dai che semo rivai..tignì duro muloni che semo rivai…- ribatto io, forse più devastato di loro ma senza il fardello della bici da strascinare..

Lanaro LGF

Ancora salite…ormai cammino veloce, la corsa non riesco più a metterla assieme…mi raggiunge ed affianca Dario…scambiamo quattro parole…è stremato come me e mi fa i complimenti.Mi fa tanto piacere e mi da un po’ di carica…anche lui riparte calpestando come non mai il mio io, annientandolo, se mai fosse possibile, nuovamente…mi invita a seguirlo…ormai i crampi si fanno sentire anche solo per il fatto di stare in piedi…ma sento la voce dello speaker che annuncia a gran voce gli arrivi!

-caaaaz…. son quasi rivà…!!-

Un tronco messo di traverso mi aiuta per un po’ di streching..devo “tirare” un po’ il polpaccio se no non riesco più a muovermi..una della Vulkan mi vede e mi aiuta…mi stendo, mi tira la gamba destra ed in qualche maniera mi rimette in piedi…lo ringrazio e riparto..

Ormai manca veramente poco…vedo il piazzale sotto la cima ed una testa riccia che mi viene incontro…è Fù !

-com’è??…dai dai…andiamo assieme…dai…mancano 300 metri…daiiii -

-ragno è un casino..appena mi muovo il polpaccio si fa sentire…-

-daiiii su…piano piano…su daiiii..!!!

Cammino…Andrea “cognà” scende con la bici…”coccolissimo” mi inonda di complimenti…mi cede la borraccia…

-bravo…bravo..tien tien…tienla pur…te me la torni…bravo…vai vai…

-graz…- non riesco a dire altro…

Finisce l’ultima salita…papà sulla sinistra assieme a mamma Rosi…Fù che si stacca per le ultime foto…30 metri….riesco a metter assieme una simil corsa…20 metri…

-dai dai…xè finida..dai..- mi grida uno

10 metri…crampi, ancora crampi…chissenefrega…c’è troppa gente per fermarsi..mi torna in mente la figura di merda della mia prima mezza in piazza Unità, NON volgio che si ripeta … 7 metri ….5….1……ARRIVATO !!!

Premo il GPS per fermarlo…in realtà riparte…come detto in precedenza lui ha finito il suo lavoro al 25°…bahh..poco male…mi guarderò la classifica ufficiale domani…sono felice…rido…sono stanchissimo… c’è un sole splendido, attorno le Giulie con la neve…tantissima gente..tutto tutto molto bello !

Per la cronaca chiudo in 3h 22′ 55”, pensavo di farcela sotto le 3 ore…fa nulla…va benissimo anche così…

LGF 2011, 16 gennaio

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UTMB – Ultra Trail del Monte Bianco

gennaio 24th, 2011

Pubblico l’avvincente racconto di Enrico Pollini sulla sua UTMB (Ultra Trail del Monte Bianco) del 2009, una delle UltraTrail più dure e più conosciute a livello mondiale, con 166 km con un dislivello di 9.555 m lungo il massiccio del Monte Bianco, passando per Francia, Italia e Svizzera.utmb

Un avventura unica, che Enrico ha saputo raccontare trasmettendo, se possibile, le sue emozioni.

Nel 2010 la gara è stata prima annullata per mal tempo e poi fatta partire su un percorso ridotto : la tragedia del Gran Raid du Mercantour ( 3 morti, probabilemente per ipotermia) era ancora nell’aria (e rimarrà sempre, indelebile) ha fatto da triste esempio.

Enrico è il creatore/organizzatore della Ultrabericus, UltraTrail di 65km su e giù i monti Iberici, con partenza e arrivo da Vicenza.

UTMB – 2009

Chamonix, disteso sul letto per l’ultimo pisolo alle quattro del pomeriggio, sento che mi sto svuotando di pensieri, non è sonno profondo, ma solo un leggero riposo, più mentale che fisico.

Le cinque, consegno il sacco per Courma ed è come chiudere definitivamente la draglia di poppa e mollare gli ormeggi per una lunga traversata, mi avvio verso la partenza.

Le cinque e mezza, Triangle de l’Amitie, la piazza è già piena di atleti circondati da un folto pubblico, musica, striscioni, bandiere, lo speaker che annuncia, ringrazia, racconta, ricorda gli amici che dovevano esserci e invece non ci sono, le immagini del Colonnello, di Andrea Condotta e degli sfortunati del Mercantour scorrono sullo schermo.Sono rilassato, i timori della vigilia sono spariti, ho perso di vista gli amici nella folla, dopo un ultimo saluto, la testa è piacevolmente in nessun luogo, lo sguardo si perde tra le nuvole basse del pomeriggio, sono in mezzo alla folla ma sono solo.

Le sei e mezza, il rumore è sempre più forte, le ripetitive note di Vangelis ad altissimo volume, il pubblico urla il conto alla rovescia e via, la grande avventura è iniziata, a lento passo il serpentone si avvia tra due ali di folla.

L’incredibile partenza della UTMB 2009. Brividi.

Ci vogliono quasi dieci minuti per uscire fuori sulla strada, dove c’è spazio e si può finalmente correre i primi otto chilometri di leggera discesa, spingere un pochino qui dove non costa nulla per recuperare una partenza nelle retrovie e prendere un po’ di margine. Tanta gente lungo la strada, campanacci, bravò e bon courage ci seguiranno fino a notte inoltrata.

A Les Huches il primo ristoro liquido e la prima festa, musica e fumo di grigliate, da qui il primo millino in salita, ripido ma scorrevole su strada bianca, ritmo gagliardo, dosando un po’ ma dandocene adesso che ce n’è ancora da dare. Cielo umido e grigio nuvole, la luce del giorno che piano piano se ne va, ritmo sostenuto in salita, a recuperare posizioni su posizioni, sudore copioso e dopo l’ennesima curva un fugace squarcio nel cielo svela per pochi minuti un Monte Bianco tinto di rosa dall’ultimo sole che noi non vediamo già più.

Si scollina al Col de Voza, giù per piste da sci, le gambe fresche in una discesa sempre più veloce, cinque passi e il sesto gratis, volando in appoggio sui bastoni, difficilmente si ripeterà così più avanti. E a metà discesa è bosco, buio, frontale accesa, adesso in fila indiana sul sentiero polveroso, ma ancora a ritmo sostenuto, giù verso le luci di Saint Gervais, prima indistinte e lontane, poi sempre più vicine, rumore di grida e di applausi sempre più forte.

L’attraversamento del paese è una festa, un giro d’onore, stento a credere di meritare tanto calore e tanto incitamento, gente che ti chiama per nome, rispondo alzando un braccio, battendo un cinque o semplicemente con il sorriso più grande che posso, siamo solo al ventunesimo, spilucco qualcosa al volo dal sontuoso banchetto e via.

Di nuovo il buio, mulattiera in leggera salita, qualche tornante più ripido, occasionali spettatori, fila di concorrenti che comincia a sgranarsi, sento il contrasto tra l’essere tra migliaia di persone ed il sentirmi piacevolmente solo con il mio ritmo, con il mio respiro, la testa completamente sgombra da pensieri, lo scorrere del tempo che diventa relativo, la facile pendenza aiuta tutto questo.

Volano via così altri dieci chilometri, Les Contamines, di nuovo festa, rumore, folla, e fumo, in tono minore perché è già tardi ed il paese è più piccolo, ma comunque tanta roba. Un leggero fastidio ai piedi, segno premonitore di vesciche, rimedio subito con due cerotti preventivi prima e poi trangugio il primo di una lunga serie di brodi con la pastina, caldo e salato, un pezzettino di formaggio, del pane, un goccio di cocacola.

E via di nuovo, ancora in pendenza dolce, incrociando spettatori che rientrano dalle quote più alte, dove sono andati a far festa con la scusa di vedere passare i primi. Poi piano piano la mulattiera si fa più ripida, il ritmo si adegua, i primi tipici segnali di stanchezza nelle gambe, ma è poca cosa, la velocità è ancora buona, la spinta potente. Luce e fumo in lontananza, il serpentone che si è ricompattato sul ripido, e dietro una curva La Balme, ultima sosta prima del tiro finale al col du Bonhomme.

Fa freddo e cade anche qualche goccia di pioggia, vestirsi al volo, qualcosa da mangiucchiare godendosi il calore del fuoco per qualche minuto e avanti. Il passo adesso è decisamente più lento, il sentiero stretto e accidentato, ripido, si formano piccoli treni di concorrenti, su c’è nebbia e la fila di lucine, ben visibile a valle, si perde in alto nel nulla.

Ritmo, ritmo, ritmo, respiro, passi, bastoni, respiro, passi, bastoni, lo sguardo non va più in là dei pochi metri di portata della frontale, intorno c’è solo il nero della notte ed il grigio umido della nebbia, e niente che ti faccia capire quanto manca alla fine, il pensiero è solo tre passi più in là a studiare dove appoggiare i piedi e per il resto si perde in mille direzioni solo suggerite e mai completate.

Non c’è nulla da vedere, nulla da ascoltare, non si parla, siamo soli con la nostra bella fatica e con il piacere di sentire tutto il corpo pompare una tranquilla ma costante energia.

E finalmente qualche luce, alcune parole in francese, il sentiero che spiana e per un po’ prosegue a saliscendi, fino a quando qualcuno ti punta un lettore sul petto e registra il tuo passaggio, anche questa, che è la salita più lunga di tutta la corsa, è fatta e ci aspetta un bel millino in discesa. Il primo tratto è un po’ ostico, tecnico, bagnato, insidioso e anche la nebbia non aiuta, i primi qui si saranno buttati a rottadicollo, io trotterello guardingo, in sicurezza, fino a quando con un ultimo refolo di vento le luci della valle ed i neri profili delle montagne ricompaiono nitidi davanti.

E anche il sentiero spiana un po’, si allarga e scende ora con dolci tornanti verso Les Chapieux, la falcata si allunga, il passo si rilassa, la tensione cala, si scambia qualche parola. Nel cuore della notte il piccolo borgo è un concentrato pulsante di luci e di parole, dopo i silenzi e le nebbie una piccola folla, un fuoco, cibo caldo, pochi irriducibili spettatori che applaudono, qualcuno riceve assistenza personale.

Siamo al cinquantesimo, è la prima sosta vera, una ventina di minuti seduto, a mangiare minestra e pane con calma e a riposare un po’ le gambe, sforzandomi di aspettare fino a quando l’ansia del viaggio non ha il sopravvento. E allora chiudere velocemente le cose nello zaino, la zip della giacca a vento fino al collo, brividi di freddo fuori dal tendone, ancora qualche secondo con la schiena al fuoco, e avanti.

Cinque chilometri di asfalto in salita leggera, brevi tratti di corsa al trotto alternati a strappi di passo, sulla pendenza che preferisco, ancora con un’efficacia che un po’ mi sorprende, su su su, verso la Ville des Glaciers, ora spesso in grande solitudine, superando di buon ritmo altri solitari o sparuti gruppetti, fino a quando l’asfalto finisce e la mulattiera si inerpica con tornanti più ripidi verso il Col de la Seigne e il passo rallenta un po’.

La pendenza ha ricompattato la fila e mi ritrovo a seguire senza pensieri un paio di scarpe davanti a me, il ritmo è quello giusto, un qualcosina in più di quello che terrei da solo, i sorpassi al momento giusto, esattamente quando li avrei fatti io, l’affondo dopo aver aspettato un po’ dietro, questo triatleta svizzero, leggo sui suoi fuseaux, mi porterà su fino in cima .

Non una parola, siamo una macchina sola, che gira inesorabile, dimentica di tutto ciò che sta attorno, soprattutto adesso che siamo di nuovo immersi in una nebbia fredda e gocciolante portata da folate di vento sempre più forti, il segno che oramai ci siamo. Si scollina indovinando il luogo dalla memoria di alcune foto viste il giorno prima, grigio e nero tutt’intorno, scendere velocemente per sfuggire al freddo, ricominciare a trotterellare, a correre, a fare girare più tonde le gambe. All’inizio la discesa è uno sforzo più che un sollievo, ma poi piano piano il corpo fa suo il nuovo ritmo che ridiventa armonico, assecondando dolcemente la pendenza, le asperità, i sassi di questo tratto tutto sommato scorrevole.

E finalmente dopo aver perso un po’ di quota la nebbia si dirada, rivelando la prima luce ad oriente, cielo rosso macchiato da basse nuvole grigio scuro e da nere sagome di montagne fino all’orizzonte dell’ampia Val Veny che si apre sotto di noi.

Tutto molto freddo, la temperatura ma anche i colori che lentamente rinascono dalla notte, i toni grigi delle rocce, l’argento dello specchio del Lac Combal sullo sfondo, il biancoazzurro scintillante dei ghiacciai, il Monte Bianco che incombe sulla fila di formichine.

Lac Combal, sferzato senza riparo dalla brezza notturna, trangugio rapidamente la minestra, mangio mezza barretta, un goccio di coca e via, trotterellando in piano e aspettando la deviazione per la salita sulla destra, i primi escursionisti già in marcia. Presto si abbandona la carrareccia per imboccare il sentiero che sale dapprima tra i mughi e poi tra pascoli d’alta quota verso l’Arrete du Mont Favre, ancora un cambio di ritmo, la salita che mi piace perché non impatta sulle ginocchia e sulle caviglie, il passo sorprendentemente buono, nessuna traccia di sonno o di particolare stanchezza, la testa vuota da riempire con le immagini che si presentano via via dopo ogni dosso e ogni curva.

La cima è presto raggiunta, e adesso fino a Courmayeur è solo discesa, bella scorrevole fino al Col Chercruit e poi invece decisamente dura.

Il paese è ancora nell’ombra del fondovalle, a portata di mano sotto il precipizio, mentre qui il sole comincia già a scaldare, il sentiero è ripido, a secchi gradoni e stretti tornanti, polveroso.

La discesa ostica non finisce mai, Courmayeur è sempre lì e non sembra avvicinarsi, per la prima volta dalla partenza mi ritrovo a soffrire e la testa molla un poco, il ritmo rallenta, e l’unico rimedio è pensare che in ogni caso prima o poi si arriverà, è solo questione di essere pazienti. E infatti senza accorgermene sono già all’ingresso del paese e poco dopo all’ombra del grande palazzetto dello sport di Dolonne, ritiro il mio sacco ed entro nel salone gremito di gente.

E’ finita una delle “solite” corse, l’ottantino con cinquemila D+, sensazioni conosciute, una stanchezza fin qui già sperimentata, adesso viene il bello, l’ignoto di una distanza e di un tempo sulle gambe mai vissuti prima d’ora. Con calma mi cambio la maglia, indeciso sul da farsi con pantaloni, calzini e scarpe, che alla fine resteranno gli stessi, una pastasciutta, del pane, un pezzo di formaggio, della cioccolata per lo spirito, un caffè e la mezz’ora di sosta programmata vola via, bisogna ripartire.

Le nove, è giorno fatto ormai quando consegno il sacco ed esco sulla strada, attraverso il centro di Courmayeur, dove, a parte un bimbo accompagnato dalla nonna, nessuno sembra accorgersi di noi, e fuori dal paese mi aspetta la prossima salita al rifugio Bertone.

Breve tratto asfaltato, qualcuno tenta una conversazione, rispondo a monosillabi, odio parlare in queste situazioni, e poi su, per fortuna lasciando indietro il mio interlocutore, sentiero nel bosco, ancora buona salita, ritmo sostenuto, clima estivo e piacere di un po’ d’ombra, la percezione del tempo che svanisce, e quasi con sorpresa dopo circa un’ora il bosco si dirada e appare il rifugio, breve sosta acqua e via.

Dal punto di vista del panorama il tratto dal Bertone ad Arnuva è il più spettacolare, con tutta la catena del Bianco, maestosa, che nella piena luce del mezzogiorno domina il sentiero in saliscendi a mezza costa. Si sente che siamo su un versante nord, nonostante il sole fa fresco con qualche folata di vento, passi in salita si alternano a corsette in discesa, avanti, qualcuno mi passa, altri li passo io, un ultimo strappo in salita, il rifugio Bonatti, una veloce minestra in faccia alle rocce ed ai ghiacciai e via ancora, qualche salitella, discesa scorrevole, poco dopo, dietro una curva si vedono le auto ed il tendone del ristoro di Arnuva in basso, giù, lunghi tornanti, incrociando escursionisti in salita, scarponi e zaini carichi, brandelli di conversazioni, qualche buon giorno, ma senza l’entusiasmo dei francesi.

Arnuva, ristoro spartano, ancora una minestra, con calma, mezz’oretta di sosta adesso ci sta, le gambe comunicano la loro stanchezza, ma lo spirito è intatto, la testa lucida, il sonno finora non si è mai visto, sto bene, bene con me stesso, bene nel fisico, forse con una giacca a vento di troppo, ma è meglio sudare che tremare di fatica. Tempo scaduto, via, attraversare il letto del torrente e poi su, ottocento metri per scollinare, lo sguardo che cerca di capire in che direzione vada il sentiero su in alto, puntini colorati in fila mi dicono che piega prima verso destra e poi riattraversa verso sinistra, sole e vento adesso, polvere che impasta la bocca, il ritmo è decisamente più lento, il respiro un po’ più calmo, ma salgo ancora inesorabile, ad una velocità accettabile. Ancora una volta sembra non finire mai, mi dico pazienza, prima o poi inevitabilmente arriverà, ed è così che quando meno me l’aspetto sono sul traverso sommitale e mi ritrovo davanti all’igloo del soccorso, una freccia di lamiera stampata gialla e nera, molto svizzera, indica “La Fouly 2.10”.

Gran Col Ferret, il muro dei cento chilometri passato per la prima volta con una breve emozione, mi lascio alle spalle le rocce ed i ghiacci e mi affaccio su un paesaggio dall’andamento molto più dolce, ma arido e lunare, il sentiero in discesa è quasi una strada, morbido di terra e poco pendente, qui bisogna correre, mi sforzo, le gambe dapprima non capiscono, le piante dei piedi brontolano qualcosa, ma piano piano il tutto ritorna a girare, certo non così forsennatamente come ieri sera, ma comunque bene.

Giù, fare strada, guadagnare chilometri e tempo, la freccia gialla in mente, scendere a valle, verso un nuovo arrivo che, nonostante siamo solo a metà strada, sento vicino. In realtà la discesa è ancora tanta, il paese è in fondo ad una valle che si allunga piegando a sinistra, il sentiero corre a mezza costa con qualche salitella e perdendo quota lentamente, però il passo è buono e, come doveva essere, ad un certo punto si svolta a destra sulla massima pendenza verso la strada asfaltata.

Dopo poco è uno striscione, una casetta di legno, gente, odore di cibo, di nuovo la civiltà., il controllo del chip, un ambiente caldo, gente che dorme, un banco pieno di roba da mangiare, ancora una minestra, del pane, un pezzetto di formaggio, seduto ad un tavolino sotto la finestra che guarda verso il banco dei ritiri dove, al di là del vetro, i commissari di gara danno un definitivo colpo di forbice al pettorale, al sigillo del chip ed alle ultime speranze di quelli che non ce la fanno più. Il caldo mi dà un leggero senso di sonno, la mezzora canonica è passata, è ora di andare, raccolgo le mie forze e serenamente ordino alle gambe di muoversi.

Fuori c’è l’ultimo sole, pochi passi legnosi sull’asfalto, da qui ci sono una decina di chilometri di falsopiano in discesa, un altro tratto da correre se le gambe rispondessero come dovrebbero, e invece mi sento dolorante e legato, il passo non gira. Sono già entrato nel bosco che, come si dice, “la natura chiama”, è da stamattina che la sto covando e adesso la cosa si fa impellente, dimentico tutto e trovo per fortuna un angolo appartato dove mi accoscio senza pensieri per una lunga seduta.

Sarà stato lo stretching, forse il peso scaricato, sta di fatto che quando mi rialzo mi sembra di essere nuovo, gambe leggere, pronto e vigile, e allora via, correndo leggero su un terreno ideale, strada bianca e poi largo sentiero in leggera discesa, via via via ad una discreta velocità, o almeno così sembra, spingendo fino a sentire l’aria in faccia e nella maglietta bagnata, via fino al borgo di Praz de Fort, breve passaggio su asfalto e poi giù di nuovo su sterrato tra i prati del fondovalle, Champex Lac in fondo in alto sulla sinistra.

Discesa ancora per poco, poi l’attraversamento dell’asfalto a fondovalle et voilà, eccoci ai piedi dei quattrocento metri di salita che ci separano dal prossimo traguardo, è stata una bella volata e ora con sollievo dei piedi si torna al passo. Buon ritmo di salita, dapprima su pendenza dolce e con lo sguardo che spazia verso la valle dalla quale pian piano si guadagna in altitudine, poi su sentiero più ripido dentro al bosco, ripiegato nei miei pensieri perché gli occhi altro non hanno davanti che il fitto della vegetazione, su su, un tornante dopo l’altro, ogni tanto uno slargo lascia guardare verso l’orizzonte lontano, e dentro di nuovo nel bosco, solo un passo dopo l’altro, con una strana sensazione di vuoto che si fa strada piano piano.

E’ crisi?

E’ crisi, per la prima volta dalla partenza mi manca l’energia, non è il fiato che fa da limite, ma l’incapacità delle gambe di spingere di più ed anzi la voglia di mollare e sedersi per sempre, di trovare una scusa qualsiasi per fermarsi, no, non posso, non qui, non adesso.

E allora assecondo il mio corpo e rallento, rallento, rallento, rallento, ma senza cedere, senza fermarmi, anche se la voglia sarebbe tanta, piano piano ma sempre avanti, ancora un barlume di ritmo nei passi, quello di un alpinista ad alta quota, ma pur sempre ritmo, senza alcun pensiero, solo quello del prossimo passo che non può mancare.

E’ così l’ultimo chilometro fino a Champex, pago evidentemente la corsa in fondovalle, ma resisto fino all’asfalto, fino all’ingresso in paese, di nuovo tra la gente che incita ed applaude, fino al grande tendone, riscaldato, pieno di gente e di rumore. E’ un altro traguardo, una sosta, l’ennesima minestra, un caffè, vestirsi, una maglia in più, il cappello, è chiedere all’uscita la posizione, pocopiù che cinquecentesimo, siamo sempre là, si può andare.

In cielo l’ultimo argento del giorno si specchia nel lago che costeggio trotterellando sull’asfalto e tornando a camminare al primo accenno di pendenza, la crisi è decisamente passata, un’altra notte mi aspetta e ho davanti la salita della Bovine, dipinta come tremenda e terribile da chi l’ha già fatta. In realtà prima della salita c’è un bel tratto in falsopiano, col buio che ormai avvolge il bosco, un passaggio attraverso un borgo isolato, bambini offrono the ad un ristoro improvvisato, e di nuovo buio e carrareccia e passo svelto, quando arriverà la salita?

Arriva, arriva, piano piano la strada si fa più stretta, leggermente più ripida, si infila in un vallone che distinguo appena dall’ombra delle creste che mi sovrastano, il netto profilo seghettato degli abeti contro un cielo carico di stelle.

La strada diventa sentiero, si fa decisamente ripida, a piccoli tornanti tra enormi macigni, il ritmo è rotto in passi diseguali, un procedere lento, con attenzione ad ogni movimento per trovare la via meno faticosa, l’appoggio più conveniente, niente pensieri, solo pura concentrazione, solo l’ipnotica inesorabilità dell’andare avanti.

Piccoli atletici gruppi mi sorpassano veloci, dietro di me tre luci vicine, tre respiri, tre rumori, sento parlare spagnolo, es bueno el ritmo? domando un paio di volte, bueno bueno, mi sento dire, it’s allright go ahead, aggiunge un altro. E’ quanto basta per non dire più nulla, per capire che siamo soli e nello stesso tempo un unica macchina che produce all’unisono i chilogrammetri al secondo che ci porteranno senza dubbio in cima. Su su su, senza pensare, senza accorgerci che ad un certo punto c’è un vento freddo che entra nella giacca, che il sentiero ora è in piano, che il passo è tornato lungo e veloce, che mille metri sotto di noi la civiltà brilla di mille inutili lucine, che ad un certo punto dentro ad una tenda in un pentolone sul fuoco borbotta il brodo, che il bicchiere in mano scotta, che forse è il caso di mettermi addosso tutto quello che ho nello zaino, anche la magliettina sudata del giorno prima.

La Bovine è andata, discesa adesso, e correre per scaldarsi e per guadagnare un po’, tornare a far girare le cose, anche se i piedi e le ginocchia brontolano, ma tutto sommato gran parte del lavoro lo fa la forza di gravità. Giù nel buio del sottobosco, sentiero un po’ tecnico, niente di che, ma con insidiosi sassi sporgenti dal fondo in terra e radici di alberi che obbligano ad un’attenzione che fatico a tenere. Tutti mi avevano parlato dei drammi della salita, nessuno della discesa, in realtà la salita è filata via senza problemi e invece qui sto cominciando a soffrire, dolore ad ogni passo, bestemmie ad ogni appoggio sbagliato, nessuna luce in vista a fondovalle, un inferno polveroso che potrebbe durare all’infinito, e che tuttavia prima o poi finirà, ed è questo il solo pensiero che mi regge.

Giù nel buio, fino ad un primo borgo che sembra quello del ristoro, ma le ombre fanno intuire che è solo a mezza costa, e infatti dopo un breve tratto in piano è di nuovo inferno, in lontananza si vedono i lampioni di una strada, qualche casa, un campanile, ma sono molto più giù e molto sotto di noi, il sentiero sarà ancora ripidissimo, sofferenza, sofferenza, prima intuita e poi vissuta, giù a precipizio fino all’attraversamento buio di una strada asfaltata, presidiato da due volontari, che salutano “c’est fini”, ed è l’ingresso a Trient.

Sparuti nottambuli applaudono al passaggio per le stradine del paese deserto, un’inutile transenna mi guida verso il controllo, verso la luce del tendone, che mi accoglie con un sommesso rumore di chiacchiere, tutto è più piccolo qui, meno affollato, mi siedo, premurose volontarie mi servono al tavolo, minestra, pane, formaggio, cocacola. Ancora un summanello per arrivare a Vallorcine e poi un novegno fino a Cham, la certezza di farcela comincia ad essere più solida e non so se sia un bene o un male, la solita mezzoretta di sosta se ne va, le gambe hanno avuto il loro bastevole riposo, via, s’ha da finire.

Un breve tratto in discesa per attraversare il fondovalle ed è di nuovo sentiero in salita, bello liscio, ripido il giusto, costante, buono per il ritmo, uno due tre quattro bastoni, uno due tre quattro bastoni, non velocissimo, più di qualcuno mi passa via, ma salgo regolare e senza soste. Salire, salire, il ritmo ipnotico dei passi e dei bastoni, lo spazio ed il tempo annullati dal buio, solo nel mio bozzolo di luce della frontale, cielo stellato e neri profili di montagne, piano piano torna ad essere freddo, qualche folata di vento e luci arancioni sempre più lontane in fondovalle, ci siamo quasi. Il vento porta qualche sfilaccio di nebbia umida, terra ed erba bagnate sul sentiero, la pendenza piano piano diminuisce, il passo diventa più lungo e dopo aver passato un cartello che segnala i duemila metri e qualcosa di Catogne, dopo l’ennesima strisciata del lettore sul pettorale al controllo, dopo aver percorso più di centoquaranta chilometri, mi ritrovo a correre in leggera discesa.

Il fondo è buono, la pendenza quella giusta, via via via, senza respiro, senza sentire il sudore nonostante il freddo, nè i dolori alle giunture e alle piante dei piedi, è solo una pazza ed incredibile corsa in discesa, concorrenti che si scansano e dietro il rumore dei passi di qualcuno che si è messo al traino, giù per lunghi tornanti di sentiero a mezzacosta su ripidi prati, giù giù giù fino a quando ci si infila nuovamente nel bosco e la pendenza torna quasi in piano. Fine del divertimento, fine dell’illusione che potesse essere così fino in fondo, adesso è di nuovo terreno accidentato, sassi e radici, rallento, tengo ostinatamente un blando passo di corsa, faticosissimo, fino ad accorgermi che due piedi davanti a me semplicemente camminando sono altrettanto veloci, e allora mi adeguo, minimo sforzo massimo rendimento, anche se siamo in leggera discesa cammino scegliendo gli appoggi, tenendo il passo lungo ed il ritmo del mio traino davanti.

Ce n’è ancora un bel po’ così, fino a Vallorcine, saliscendi, scendi, qualche strappetto di sali, bosco fitto, sentiero, mulattiera, pista da sci, piccole scorciatoie sassose, piloni di funivia, bosco buio e fitto, sentiero, mulattiera, un breve tratto di prato umido e finalmente le case, asfalto in piano, un passaggio a livello e una stazione ferroviaria addormentata. Il calore del tendone, la solita procedura: controllo, minestra, pane, cocacola, seduto, due parole con chi mi siede di fronte, gente addormentata con la testa tra le braccia appoggiate sul tavolo, due passi per andare a prendere qualcosa di dolce, ancora un minuto al caldo del fungo a gas, l’occhio cade su un piccolo cartello vicino all’uscita “Chamonix 18 km 1200mD+”, via, è l’ultimo tiro.

Salita leggera fino al col des Montets, dapprima su asfalto, poi su buona mulattiera e poi ancora su asfalto, ad esser freschi qui si potrebbe correre, e bene anche, ma le gambe si accontentano di camminare a lunghi passi e spinta di bastoni, e va bene così, la velocità non è poi male e intanto macino così questi primi tre chilometri prima dell’attacco all’ultima vera salita. L’ultimo tratto è su una strada evidentemente dismessa, un curvone da statale con la linea tratteggiata in mezzo, e per la prima volta sento che il monotono incedere ha in sè anche la dolcezza del sonno, e mi accorgo di camminare ad occhi chiusi, aprendone solo uno di tanto in tanto per non perdere l’allineamento della mezzeria.

Dura poco, in lontananza si vedono le luci dei volontari che presidiano l’attraversamento della statale, al colle ci siamo e i pochi minuti di dormiveglia sono bastati a ridarmi lucidità, un grosso sbadiglio un paio di sorsate d’acqua gelida e tutto finisce lì. L’ultima salita, e anche l’ultimo buio, il passo adesso veramente montanaro, senza inutili gesti atletici, senza esplosione di muscoli, solo costanza, tornante dopo tornante, sasso dopo sasso, nel vento gelido che preannuncia l’alba, nel primissimo azzurro del cielo che si rischiara ad est, il nero che lascia posto al grigio, il primo verde che si distingue dai sassi e in lontananza i ghiacciai del Monte Bianco.

Su, piano ma senza fermarsi, figure umane che ora si distinguono come sagome intabarrate e non sono più solo un punto di luce brillante, su per un ripido sentiero a gradoni che di tanto in tanto spiana per poi riprendere durissimo, su nella luce del giorno che avanza, tingendo di rosso e d’oro le rocce e la neve, su fino a quando spiana definitivamente in un paesaggio lunare, il sentiero incerto tra grandi e piccoli sassi, su e già baciati dal primo sole quando si passa il controllo della Tete aux Vents, la Flegere e Cham in basso visibili in lontananza.

Mancano poco più di dieci chilometri, e non facilissimi peraltro, però l’emozione di avercela fatta, complice un nuovo giorno ora radioso, comincia a farsi strada.

Discesa ancora ostica, sentiero tecnico, l’ultima concentrazione sui passi fino a quando il sentiero diventa dolce e corre in un’ampio e verde vallone, rocce in alto sulla destra e il Monte Bianco in tutta la sua grandezza davanti, la Flegere è lì, ma quattro chilometri sono sempre quattro chilometri, e solo dopo un po’ arrivo allo strappettino in salita che porta ad un ristoro dove si respira già un’aria da “è finita”.

Un’inutile coca cola, un quadratino di cioccolata e via, ora è solo discesa e speriamo che non sia dura. Le ginocchia adesso si lamentano, le piante dei piedi bruciano e in qualche punto dentro alle scarpe ho la netta sensazione che ci siano delle vesciche, anche le braccia e la schiena sono indolenzite, ma l’idea di arrivare ed il sole, che adesso scalda decisamente, fanno passare tutto ciò mentre da non so dove tiro fuori dell’energia ancora disponibile per chiudere gli ultimi chilometri. Trotterello in discesa, imponendomi una corsa inevitabilmente un po’ legnosa, prima sul ripido di una pista da sci e poi sui tornanti e sui gradoni di un largo sentiero polveroso nella siccità agostana.

Mi impongo di correre, anche se camminare sarebbe più comodo, il pensiero adesso è quello tipico da arrivo, la testa che molla un po’ e la volontà che impone di non fermarsi e di non rallentare perché così il supplizio durerà meno.

Giù e poi in piano, nel caldo sottobosco baciato dal sole, cercando di capire guardando a valle quanto manca, incontro gente che sale in escursione domenicale, i bravò si sprecano, tutti hanno una parola per me, più complimenti che incoraggiamento ormai, c’est fini, supèr. Giù ancora, passaggio sul terrazzo di una baita panoramica, il fuoristrada del gestore parcheggiato dietro, ma allora sentiero non può essercene più, giù, giù, la città di Chamonix con i suoi brutti palazzoni è adesso a portata di mano, è proprio qui sotto, giù giù giù, di corsa, con la falcata che ridiventa rotonda man mano che la pendenza diminuisce.

Strada bianca, famiglie in passeggiata, bravò bravò supèr, sole estivo, cielo pulito, colori brillanti, verde esuberante, mi chiedo per l’ennesima volta quanto manca e non mi accorgo di essere già sull’asfalto, paesaggio urbano, marciapiedi, gente che applaude, la consapevolezza di essere riuscito ad arrivare in fondo si consolida dentro ad un groppo in gola che non ne vuole sapere di sciogliersi.

Il fondo liscio, il passo di corsa leggero, i bastoni in mano, le vie del centro, gente, rumore, grida di amici, un cinque battuto dalla transenna, sole musica e gloria, è fatta, è fatta, è fatta. Un grande sorriso mi aspetta sotto lo striscione dell’arrivo e poi è solo un lungo, fortissimo, meraviglioso abbraccio, sono solo lacrime, è solo un ripetere all’infinito “è bellissimo”.

Enrico Pollini

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Lanaro Gran Fondo

gennaio 17th, 2011

E’ passato già un anno dall’ultima Lanaro Gran Fondo, gara creata e organizzata alla grande dal Gruppo Vulkan: per me è la gara che da avvio alla nuova stagione di corse e che permette di fare il “punto della situazione” dal punto di vista della forma fisica, il punto di inizio su cui si lavorerà durante l’anno…. un pò come lo è la Cavalcata Carsica, il riepilogo delle fatiche dell’anno trascorso… riepilogo che, poche settimane fa, non si è concluso come speravo…

Il fantastico video girato da Andrea (http://www.rupikaber.com/) durante l’allenamento da Mocco alla Cima del Lanaro e leggetevi anche il racconto di Valentina sul suo blog, sia del allenamento che della gara…

Dopo la Cavalcata Carsica gli allenamenti sono ripresi con, dopo una settimana di “scazzo atletico”, con più entusiasmo… corse in bella compagnia sul Lanaro (tre volte sulla cima, con partenza rispettivamente da Moccò, Basovizza e dalla Rocca di Monrupino), una bella corsa sul percorso della Jamarun per iniziare l’anno e un bel allenamento in notturna sul Monte San Michele, organizzato dal negozio 32 Cippi di Gradisca con il patrocinio della Brooks, che ha permesso di testare l’abbigliamento durante l’allenamento.

Quest’ultimo è stato un “allenamento” piuttosto duro: dopo una partenza easy, mi sono trovato nel gruppo di testa…. ok che era un allenamento, ma si marciava di brutto….. forse merito di un certo Ivan Cudin che teneva un buon ritmo…. :-)

Ma torniamo alla Lanaro Gran Fondo….

LGF

La Lanaro Gran Fondo: un parto del Gruppo Vulkan…

… dal punto di vista atmosferico la giornata non si preannuncia positiva: la nebbia avvolge la città e la zona industriale appare ancora più triste… ma già arrivati (io e mio papà, che mi farà da spalla in questa bella gara) al punto di partenza, sulla ciclabile della Val Rosandra (a Moccò, precisamente) la situazione cambia, con una nebbia che si fa sempre più tenue e inconsistente… fino a sparire completamente man mano che si salirà.

Siamo in tanti: 120 runners al via (9.30) a cui seguiranno, dopo una mezzora, i ciclisti…..  ciclisti con cui, volenti o no, dovremmo convivere, spostandoci di lato, onde evitare di venir investiti…. ma, almeno per me, direi che non ci sono stati particolari problemi di convivenza… ma forse far partire i ciclisti prima, non sarebbe meglio?

Ecco che, un pò alla volta, compaiono i compagni degli ultimi allenamenti e delle ultime gare, Valentina , Giuliana, Enrico, Stefano, Marcello, Alessandro, Alberto, Andrea (che, in bicicletta, farà da supervisore :-) )…. Paolo e Francesca dai monti (vincitori della passata edizione di Estramente Parco, 110 km nelle Prealpi Giulie… con un Enrico giunto al terzo posto…. che trio!)… si scambiano battute, ma la mia attenzione è per la gara… con cui ho un personale conto in sospeso.

LGF

La Rocca di Monrupino sospesa nella nebbia

L’anno passato, complice una Cavalcata Carsica terminata tutto sommato bene (i 53 km percorsi in 5.20… contro le oltre 6 ore di questo anno… ), ho tirato troppo in partenza… ma veramente troppo. La salita dopo Draga l’ho fatta camminando… poi crisi di sete…. affanno durante tutti i 30 km….  e la salita finale il colpo di grazia…. finita in 2h e 49…. non è un tempo da buttar via…. ma poteva essere abbondantemente limato verso il basso….

Quindi, questo anno… rivincita!

Si parte.

LGF

… partenza! Con un Licen Porro già pronto per il nuovo record…

Mantengo un ritmo tranquillo (5 al km ) per tutti i 5km della ciclabile…. la rampetta che porta a Pese la faccio corricchiando…. poi inizio ad aumentare.

La nebbia sparisce e il panorama si apre, da sotto il Concusso, verso il Golfo: la nebbia sotto e noi sopra, a correre.

Dal Concusso fino a oltre Grozzana si formerà un micro-gruppo, io, Marco e un altro runner: si corre veloci, per i prossimi 12 km il Garmin segnerà una media di 4:30 – 4:40 al km… le gambe rispondono bene, ma cerco sempre di non esagerare e di usare un pò più la testa (con i miei limiti, ovviamente…). Marco, abituato più alle “salite dietro casa”, rallenta, mentre l’altro runner aumenta… ha un respiro affannoso, sono convinto che stia per esplodere… invece…. arrivati al lungo rettilineo in salita che porta alla Rocca di Monrupino continua a tenere il suo bel passo…. e non lo vedo più…..

… e quasi ci siamo al primo ristoro…

Si passa la Rocca: il Lanaro è sempre più vicino….. si passa la salita di asfalto, e, dopo un pò, inizia la salita vera e propria, con le sue belle pendenze del 20%.

LGF

… la dura salita, dura sia per i runner che per i ciclisti..

Vengo raggiunto da un Runner, Alessandro M. (credo..) che teneva già un buon passo sulla ciclabile… e sulla salita di Draga…. Adesso il suo passo aumenta ancora, in salita non riesco a tenerlo…. alle spalle sento un altra presenza, mi giro e vedo, Piero… con un passo che non mi permetterà di prender fiato fino alla cima…  di perder un altra posizione non ho voglia e tengo duro.

… finita!

Sicuramente, se non c’era qualcuno dietro, avrei calato il passo: meglio così, a volte una spinta è necessaria.

Finalmente, dopo gli ultimi strappi, arrivo al traguardo: 2h e 34 minuti  e qualche secondo…. bene, benissimo!

LGF

Marco, Francesca e Enrico

LGF

Foto di gruppo con Marcello,  Andrea, Stefano, Valentina, Io e la bici di Andrea

Adesso vediamo quali saranno le prossime gare… Ultrabericus? Traversata dei Colli Euganei? LUT? …. occasioni per sudare non mancheranno….

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Tutte le foto fatte dal mio “sherpa” (cioè mio papà…grazie! ) sono QUI.

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Un 2010 di corsa…

gennaio 5th, 2011

Il 2010 è finito da un pò (..a proposito, buon anno a tutti! :-) ) ed è tempo del consueto “bilancio consuntivo” di fine anno.

Positivo, direi, dalla tabella che ho finito di compilare poco fa…

LUT

L’indimenticabile arrivo della LUT, dopo 90 km

Positivo grazie a tutte le gare fatte, grazie ai km (più di 600 solo nelle gare… e dentro la tabella non ho messo la mitica “12 ore di Monte Carso“, 47 km.. e la Premantura Mini Marathon… ) percorsi, positivo grazie ai panorami ammirati, al sudore versato, al dolore provato in certe salite… e provato atterrando in certe discese….

Positivo soprattutto per tutti gli altri runners, più o meno fuori di testa che ho incontrato in gara e in allenamento, sottocasa, Carso o sulle Dolomiti…

..con Enrico, Lia, Paolo e MeMedesimo al Antico Troi degli Sciamani..

Dalla tabellina fondo-pagina si capisce che devo capire ancora cosa fare “da grande”: ci sono gare di velocità, mezzemaratone, un maratona… e qualche ultra…. 5, per l’esattezza…. che non son poche…. e che, solo nel 2009, mi sarei sognato di fare e di portare a termine.

La LUT, la Cormor Ultra, la Magredi, la Cavalcata Carsica e, in coppia con Enrico, l’Antico Troi degli Sciamani: gare dure, ma che regalano una soddisfazione infinita a portarle a termine.

Di tutte queste, la LUT (Lavaredo Ultra Trail), forse perchè è stata la prima “vera” ultra, è quella che mi è rimasta più nel cuore.. e nelle gambe. Dopo mesi mi vengono in mente ancora tratti del percorso, la fatica (fisica e mentale..) della Valle di San Vito Alta o la lunga e veloce discesa, fatta con una energia ritrovata, fino all’arrivo.

Cormor Ultra

.. l’arrivo della Cormor Ultra, dopo 70 km…

E poi c’è il fango della Traversata dei Colli Euganei, il paesaggio unico della Magredi, le foreste del Cansiglio, i 69 km della Cormor Ultra, corsi tutti, magari con un passo che rasentava la camminata, ma corsi….

Premantura

Alla “Premantura Mini-Marathon” con l’amico Diego

E poi ci sono gli allenamenti, da solo o in compagnia: la ciclabile, la Val Rosandra, Monte Carso, il Sentiero 3, il Concusso…. ma probabilmente l’allenamento più bello è stato il “Sistiana – Lazzaretto“, 60 km di “cazzeggio e corsa”, corsa lenta, interrotta da numerosissime pause fotografiche… e, per iniziare bene l’anno con qualcosa di tranquillo “il Barcis-Piancavallo” in notturna con Paolo e Alberto, con il  freddo, la neve e il ghiaccio… e anche un pò di salita…. :-)

Sistiana-Lazzaretto

Dalla baia di Sistiana a Lazzaretto : 60 km tra i sentieri “vista mare” del Carso Triestino

… da Barcis a Piancavallo (..e ritorno..), di notte, con Alberto e Paolo….

Monte Lanaro

.. e, per finire l’anno in compagnia, allenamento sul monte Lanaro …

Cliccando sui link della tabella si arriva al racconto della gara, quando presente (la mia pigrizia a volte ha il sopravvento)….

Data KM Dislivello Posizione Assoluta Pos. Cat. Part. Tot. Tempo Media km
1 Lavaredo Ultra Trail 26/06/2010 90 5000 128 357 18:22:57
2 Campestre Monfalcone 28/02/2010 6 16 129 00:19::44
3 Traversata Colli Euganei 11/04/2010 42 2000 53 490
4 Bavisela 05/06/2010 42 95 19 614 03:15:47
5 Cormor Ultra 17/10/2010 70 14 3 33 6:38:33
6 Cavalcata Carsica 05/10/2010 53 23 88 6.11.43
7 Mezza Gorizia 21
8 Mezza Palmanova 21/11/2010 21 275 61 2337 01:26:35
9 XXXII Napoleonica 02/06/2010 8 50 5 528 0:32:41 4:05
10 Su e zo per i Clanz 14/11/2010 9 36 6 441 0:36:42 3:57
11 Campi Elisi 13/06/2010 5 43 6 395 0:19:02 3:48
12 Magredi 03/10/2010 69 1800 31 28 98 07:27:52
13 Trofeo Running World 28/03/2010 12 55 8 0:49:59 4:04
14 Trofeo Generali 26/09/2010 8 51 9 336 0:36:32 4:34
15 Sky Race Dolomiti Friulane 29/08/2010 20 84 494 2:56 6,8
16 Jama Run 19/06/2010 10 10 111 1:09:45
17 Linee Vertikali 10
18 Lanaro Gran Fondo 17/01/2010 30 19 100 02:49:28
19 Carsolina 8 35
20 Antico Troi degli Sciamani 20/092010 69 22 72 12.00.30
21 Camignada 01/08/2010 30 169 1111 4:04’46.
Km totali: 633
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Autunno Carsico

dicembre 24th, 2010

Pubblico di seguito l’articolo inviatomi da Enrico, su due delle più particolari e uniche gare podistiche del nostro Carso, la Cronotraversata del Maestro e la Cavalcata Carsica.

La particolarità della Cronotraversata è che…. si corre sottoterra, nella incredibile e unica cornice della Grotta Gigante…. una gara veloce, che lascia però senza fiato, senza fiato per il panorama che ogni tanto si riesce a cogliere saltellando per gli innumerevoli scalini e, soprattutto, per i 500 scalini che riportano alla luce del sole.

Una gara unica, creata e voluta e organizzata da quei “soliti pazzerelli” del CAICIM….

E poi arriva la Cavalcata Carsica: la gara non gara più bella del Carso Triestino…. e per me di tutta la stagione. Quest’anno non scrivo il consueto articolo…. lo ammetto: ho impiegato una cinquantina di minuti in più dell’anno scorso (andatura da tapascione) e sono ancora che ci penso….

Ed ecco, di seguito, il racconto di Enrico: e sono sicuro che nel 2011 di gare da raccontare ne avrà diverse… vero Enrico? :-)

———————-

Cosa possono avere in comune la Cronotraversata del Maestro e la Cavalcata carsica?

Forse niente, ragionando in termini “sportivi”, e confrontando il chilometro e seicento metri della prima e i cinquantatre chilometri della seconda.

Ma si accomunano per il fatto che sono la celebrazione di un territorio.

E celebrare un territorio vuol dire, per noi, volerci correre. In tutte quelle che sono le sue particolarità.

Il territorio è il Carso triestino. E di particolarità ne ha parecchie, come la grotta turistica più grande del mondo.

Ed ecco che qualcuno ha la pensata di organizzare una gara in questo contesto; la prima gara in ambiente ipogeo! Sono quelli del Cai-Corsa in Montagna che ne inventano sempre delle belle, l’anno è il 1997!

Il 28 novembre partecipo alla mia prima Cronotraversata del Maestro; oltre il centinaio i partecipanti che partiranno alla cadenza di una persona ogni trenta secondi.

Giornata fredda e cielo minaccioso, ma ci si veste leggeri e qualcuno sfoggia calzoncini e canottiera, che tanto è questione di una decina di minuti e la grotta è temperata.

Alla partenza vengo presentato come un ultramaratoneta che per sentirsi a suo agio deve superare i cinquanta chilometri! Difatti non ho pretese in termini di classifica oggi, piuttosto una gran voglia di vivere questa breve avventura con stupore e i sensi ben aperti a cogliere l’atmosfera inusuale.

E soprattutto a non farmi male che la settimana prossima si fa la Cavalcata carsica e lì voglio far bene!

Corro senza farmi venire il fiatone, come faccio nei trail, non una grande strategia in una cronometro, si fa un piccolo circuito all’esterno, stile gara campestre, con l’impaccio della neve, poi finalmente ci si infila nella grotta, in discesa. I primi gradini, le prime strette gallerie e poi la magia! La grotta si spalanca in tutta la sua grandezza e bellezza, nei colori delle luci soffuse, nei suoni ovattati degli altri concorrenti e dei gocciolii dello stillicidio.

Magia.

Vado a tutta in discesa, due gradini e un salto di cinque, fino al pianerottolo, due gradini e un salto di cinque… e il mio tempo in discesa non sarà niente male, anche se ogni tanto non posso resistere dal gustarmi il panorama. E per qualche secondo sono un viaggiatore stupefatto.

La risalita si presenta in tutta la sua ripidità e un cartello, cinquecento gradini alla fine, lo sottolinea. Via in salita! Gradini e gradini da fare rapidamente, tirandosi su a braccia, aggrappati ai corrimano.

L’enorme caverna viene lasciata alle spalle, e i cartelli si susseguono, duecentocinquanta, cento, cinquanta, venticinque (un vantaggio vivere al quarto piano senza ascensore, penso!), nel piccolo pertugio che porta all’esterno voci e un lembo di cielo. Finisco in 10.51, senza strafare, con un carico di grandi emozioni.

Fuori il cielo minaccia neve, che scenderà da lì a poco, con la bora che si alza impetuosa; salta l’allenamento pomeridiano sul terreno della Cavalcata.

La prima domenica di dicembre è la Cavalcata carsica; per alcuni è la fine della stagione per me è l’inizio di tutto.

Affascinato dalla descrizione dell’evento nel libro “Carso di corsa” mi preparo per tutta l’estate e l’autunno del 2009, passando dai dieci km “corsi per tenersi in forma” agli oltre quaranta, la mia prima maratona autogestita.

Buoni i tempi e le sensazioni mi presento il giorno della gara alla partenza da completo sconosciuto e assolutamente avulso dal contesto. Dopo qualche ora, giunto sesto e una manciata di secondi sotto le cinque ore, cosa che ti procura una certa dose di rispetto, mi sento già qualcuno nell’ambiente!

E’ passato un anno di trail, pienamente soddisfatto è il tempo di ritrovare il primo amore.

Per prepararsi alla Cavalcata bisogna insistere quando, oramai, vorresti riposarti e riflettere sulle corse passate e quelle future. Significa, nei tardi pomeriggi, fatta già notte, indossare la frontale, buttarsi nei boschi nell’umido, a sfidare il freddo, la pioggia, la neve a volte, e incrociare gli sguardi scintillanti di perplessi caprioli.

Sono un po’ inquieto negli ultimi tempi, dopo la Cormor Ultra e il Casto ho un po’ di pubalgia e una caviglia dolorante e mi alleno con grande attenzione e una certa moderazione, ma, per mia buona sorte, miglioro nell’ultima settimana.

Domenica ci si trova nel piazzale da cui ha inizio il Sentiero 3 a Pese, confine di stato con la Slovenia; non sono più un perfetto sconosciuto, tanta gente da salutare, la delegazione di veneti conosciuti sulla mitica corriera per il Casto, quelli di “Estremamente parco”, appassionante trail della Val Resia, e tanti altri incontrati qua e là.

Definita da qualcuno Trail Autogestito Competitivo alla Cavalcata non ci sono numeri ne’ iscrizioni, si lascia il nome ai “cronometristi” che prenderanno i tempi all’arrivo e stileranno la classifica, una corsa per “galantuomini” come mi disse un veterano della corsa, da fare senza imboccare scorciatoie o fare furberie.

Davanti a noi, in questa alba fredda ma non terribile, scongiurate le stilettate della temuta bora, una cinquantina di chilometri di carso “selvadego”, come scriverà Rasentin nel forum di Spirito Trail, in terrigno dialetto veneto.

Record di partecipanti, oltre i cento (chi l’avrebbe sospettato ancora pochi anni fa?), la gente trabocca dal piazzale nella strada facendo rallentare gli autobus di passaggio. Tutto ciò fa molto Critical Mass e mi diverte, e divertendomi mi ribalto, buon viatico cadere prima della partenza per non cadere in gara!

Alla partenza scatto in avanti, il sentiero è innevato e temo lastre di ghiaccio, meglio gestirsi i primi chilometri senza andare a ruota degli altri. Sono solo nelle prime salite, le ho provate il giorno prima e seguo le mie orme stampate nella neve; con orecchio teso ascolto se arriva qualcuno alle mie spalle che gente forte non manca di sicuro. Mi godo l’uscita nel primo paese, Grozzana, in prima posizione e, ancora in solitaria, comincerò la salita al monte Concusso.

In cima al monte mi raggiunge Paolo Massarenti (vincitore quest’anno, per quanto riguarda il nostro ambiente, della Cormor Ultra, dei Magreid e dell’ultima edizione della Cavalcata), gran bel corridore elegante e leggero, francamente potrebbe andarsene dopo avermi dato l’arrivederci ma è insicuro su questa parte di percorso e, quindi, gli farò da guida ed è un onore per me arrivare con lui a Monrupino, ventunesimo chilometro.

Un consistente gruppo di persone è in attesa in questo passaggio per offrire i rifornimenti, ci fermiamo per un the, e mentre sorbiamo la bevanda ci raggiungono gli inseguitori. Sarebbero quattro, ma ancora adesso non capisco se tutti fossero in gara, se qualcuno accompagnasse altri o chissà cosa. In ogni caso questi tirano dritto, noi a corrergli dietro, che Paolo trova subito qualcuno che fila ai suoi livelli e io comincio a penare, senza dubbio tracciare la pista nella neve ha prosciugato un bel po’ delle mie energie

Soffro e vado in crisi. Ma al tempo stesso questo è il tratto di sentiero che amo di più.

E’ corsa nei boschi in completa solitudine, meditazione in movimento, nessuno a vista davanti, oramai, nessuno che arriva dietro.

E’ fango, ancora neve nei tratti ombrosi, pietre scivolose a tenderti tranelli. Ma non posso che sentirmi sereno e accettare il mio ritmo, e andare, che dubbi sugli incroci che potrebbero farti sbagliare strada non ne ho.

Le Raptor, compagne di tante avventure ormai sfasciate, cercano punti d’appoggio sicuri. “Scarpe rotte eppur bisogna andar:…” mi canticchio e il mio sangue partigiano ribolle. Bisognava ben sapere correre a quei tempi per sfuggire, nei rastrellamenti, ai nazisti che ti si stringevano addosso.

San Pelagio, trentasettesimo chilometro, è l’uscita su una strada che diventa punto di riunione per amici e familiari che ti sostengono nei rifornimenti. C’è mia madre che mi rivede “fare lo sportivo” dopo decenni dalle mie prestazioni giovanili di scadente ciclista.

Mi dicono che sono terzo, ne sono sorpreso, il Sentiero 3 è così, si “mangia le persone”, una piccola distrazione e ti spedisce nel posto sbagliato, a ingarbugliarti su sentieri che se ne vanno in chissà quali direzioni!

E così potrebbe essere accaduto ad alcuni di quelli che si trovavano davanti, o chissà che altro.

In ogni caso il terzo posto me lo tengo stretto e riparto deciso, ancora sedici alla fine.

E ci sono ancora boschi, rocce, sterrato scorrevole e sentiero stretto, e le tracce della Grande Guerra che qui, nelle trincee, hanno ben penato sotto i bombardamenti. E in fondo io peno per ben poco, stanchezza e qualche avvisaglia di crampi, non per delle crudeli schegge di acciaio che ti squarciano il corpo.

Monte Hermada, l’ultima breve salita, la vista forse più bella, i monti sloveni innevati da una parte, il mare dall’altra. Il paese di Iamiano, il traguardo, finalmente visibile. Un sguardo d’obbligo prima di una delirante discesa. Uno scivolo di un centinaio di metri senza curve che ognuno interpreta come può. Ma anche questo passa senza crearmi danni.

Medeazza è l’ultimo paese che si incrocia prima dell’arrivo, ultimi saluti ai miei familiari, che oramai è questione di una decina di minuti e ci si vede all’arrivo.

Iamiano: il sentiero si interrompe sulla strada del paese, dopo un ultimo, un po’ crudele, strappo in salita.

Sono terzo.

Penso, la stagione si chiude così?

O si apre così?

(Enrico Viola)

Classifica Cronotraversata del Maestro

ERMACORA MICHELE 0.08:29.5

KASTELIC PETER (SLO) 0:08:45.2

MORETTON ANDREA 0:08:47.8

Da Forno Daniela 0:10:44.1

Angeli Cristina 0:11:20.8

Muran Annalisa 0:11:48.7

Classifica Cavalcata carsica

Massarenti Paolo 4.29.38

De Reya Luca 4.35.36

Viola Enrico 4.57.25

Colonnello Chiara, Machigna Cinzia 6.32.29

Brachetti Grazia 6.45.48

Muran Annalisa 6.50.54

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Cormor Ultra

ottobre 25th, 2010

Cormor Ultra, 70 km di corsa continua da Buie a Marano Lagunare.

Sito ufficiale: http://www.gmudinesi.it

….. la sveglia suona alle 4.00…. ma i soliti “..ancora 5 minuti..” mi fregano e mi alzo alle 4.20…. caffè veloce, borsone al volo e raggiungo subito Enrico che mi aspetta sotto casa… destinazione Marano Lagunare.

Il tempo è infame: a Trieste soffia bora forte che, per fortuna, si attenua di molto in quel di Marano Lagunare (e durante tutto il resto del percorso..). Correre con la pioggia è fastidioso, ma correre con la pioggia e il vento…  per 70 km poi… no, non è decisamente da gente normale.

Cormor Ultra

Il percorso della Cormor Ultra

A Marano (l’ultima volta che sono stato da ste parte è stato, credo, alle medie, con la consueta gita con il barcone di Geremia alla scoperta della fauna avicola e delle bellezze della laguna di Marano) ci incontriamo con altri runners, ritiriamo i pettorali e, con la corriera, raggiungiamo il lontano punto di partenza, Buie, oltre Udine.

Questa, almeno per me, è una gara anomala: 70 km di pianura, senza dislivelli assurdi e discese spacca-gambe… ci saranno un paio di strappetti malefici (fango e relativo “volo”) ma niente di che rispetto alle altre ultra/skyrace fatte duranto l’anno…  e questo mi fa felice! Finalmente una gara di “corsa”…

Riuscirò a correre senza fermarmi (ristori a parte!) per 70 km?

Si arriva a Buie, ci si cambia veloci…

Cormor Ultra

Cormor Ultra : lungo il percorso

Siamo una cinquantina di ultra-maratoneti (quanto mi piace sta parola… “ultra-maratoneta”…) sulla linea di partenza, sotto una pioggia debole ma insistente.

Ivan Cudin (vincitore della Spartatlon e, per questa gara, in “borghese”) ci fa un globale “in bocca al lupo”… si parte!

Enrico passa subito nelle prime linee…. io,  più moderato, decido di correre “in tranquillità”, cercando di portarla a termine entro le 7 ore: considerando le altre ultra fatte e il mio tempo in maratona di 3.15 credo che entro le 7 ore sia un traguardo raggiungibile…. vedremo!

Cormor Ultra

Si corre bene, alcuni tratti sono molto belli, con scorci sul torrente Cormor… altri, e mi viene in mente il tratto nella zona dello stadio Friuli, tremendi, soprattutto per la presenza di macchine che sfrecciano veloci…. forse qualche volontario/cartello in più che indichi la presenza di runners in corsa avrebbe servito….

I primi 50 km passano “veloci”, senza particolari problemi….  la pioggia rompe, ma nulla di tremendo. Un paio di brevi strappi in salita sono resi insidiosi dal fango: si scivola, in uno di questi (verso la fine della gara), scivolo e cado rovinosamente…  ma tanta scena e pochi danni…

Bello correre senza zaino: i ristori sono frequenti e il percorso ben segnato…  corro in totale relax. Strana sensazione, piacevole, direi!

Arriva poi l’immancabile crisi, gambe dure, ma non cammino mai…. corsa lenta, lentissima, una lumaca zoppa lungo un rettilineo mi sorpassa ma non cammino mai… vengo sorpassato da un paio di runner che a mia volta avevo superato… mi sorpassano con il consueto “Dai, FORZA!”… poi, uno alla volta, spariscono lungo il lungo e interminabile rettilineo…. la crisi, come tutte le crisi, passa e, ripetendo un mantra prima mentale poi a bassa voce che mi dia “forza” aumento il ritmo…. vedo in lontananza uno degli atleti che mi ha sorpassato prima… un pò alla volta recupero…. passo e saluto… poi rivedo l’altro… passo e nuovamente saluto….  il ritmo è tornato ad essere decente…. bene!

Taglio il traguardo  della Cormor Ultra in 6h e 38 minuti : bene, benissimo! Sono 15 esimo assoluto e terzo di categoria… bene, benissimo!

Cormor Ultra

Cormor Ultra

… mmm.. sembro stanco!

Dal traguardo mi trascino alle docce… trovo Enrico:  è arrivato dodicesimo, undicesimo maschile, con 6h e 19 minuti… grande!

Il primo, Massarenti Paolo, ha tagliato il traguardo in 5h e 10 minuti… stica…. !! Complimenti!

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Antico Troi degli Sciamani

ottobre 9th, 2010

Antico Troi degli Sciamani,  Ultra Trail di circa 69 km sul Cansiglio.

Sito ufficiale: http://www.anticotroideglisciamani.it/

Circa 4.500 metri di dislivello positivo. Gara a coppie. Partenza alle 4.00 da Vittorio Veneto….

Gara qualificante per l’Ultra Trail du Mont Blanc con 2 punti…

…. Il Cansiglio. Ci siete mai stati? Io no. Non prima di aver fatto questa bella ultra maratona in compagnia di Enrico che, volente o no, ha dovuto adeguare il suo passo al mio…. posto incantevole, da tornarci, a far quel migliaio di foto, a camminare… Questa gara è stata un ottima occasione per conoscere una nuova località da aggiungere alla infinita lista dei posti da rivedere….

Troi SCiamani

Il percorso del Troi degli Sciamani

Ma torniamo un attimo a parlare del Cansiglio. Wikipedia gentilmente ci informa che:

Il Cansiglio è un vasto altopiano prealpino situato tra le province di Belluno, Treviso e Pordenone.

L’altopiano del Cansiglio si eleva rapidamente dalla pianura sottostante oltre i 1.000 m d’altitudine. Si tratta invero di una conca “coronata” da alcune cime rocciose: ad sud-ovest il Costa, la Cima Valsotta, il Millifret e il Pizzoc, che lo dividono dalla Val Lapisina, ad est il gruppo del Cavallo, oltre il quale si trova il Piancavallo.

Sull’altopiano sono presenti vari fenomeni di origine carsica, in particolar modo doline e foibe. I più celebri sono il Bus de la Lum, il Bus della Genziana e l’Abisso del Col della Rizza; sono tutti e tre molto profondi, circa 200 m il primo, 585 m il secondo e 794 il terzo. Il Bus de la Lum, che in italiano significa “buco della luce” ricorda l’antica consuetudine di gettarvi le carcasse dei capi di bestiame morti per malattia, cosa che dava frequentemente luogo a fuochi fatui.

Faggi

.. faggi…

Quasi tutto il suo territorio è ricoperto da selve che prendono nell’insieme il nome di bosco o foresta del Cansiglio. Predomina soprattutto la faggeta, autoctona, sviluppatasi su substrati carbonatici, ma sono presenti ampiamente specie non autoctone, come le aghifoglie (soprattutto abete rosso). Le particolarità climatiche della conca, inoltre, fanno sì che la distribuzione delle specie vegetali sia invertita, per cui piante tipiche degli ambienti più freddi si trovano a basse altitudini e viceversa.

Vasti spazi, ubicati soprattutto nella conca, sono adibiti a pascolo e ancor oggi vi si pratica la pastorizia (ovini e bovini soprattutto).

Wikipedia nomina la faggeta (…imponente! ) e le aghifoglie… ma si dimentica delle betulle: vi assicuro che la luce dell’alba che filtra in una foresta di betulle (quelle del Cansiglio durante la gara, ovviamente) non lascia indifferenti. Soprattutto quando mancano ancora una quarantina di km all’arrivo…. e Enrico “tira” di brutto…..

E non nomina nemmeno tutto il sottobosco ricoperto di muschio, i funghi, lo spettacolo delle nubi che si alzano dal basso…

…………

Enrico passa a prendermi alle 18.00. Poi via, veloci verso Fregona, per ritirare il numero di pettorale (lo stesso per entrambi, visto che si corre a coppie) e sistemarsi per la notte (nella palestra messa a disposizione per la manifestazione). A fregona incontriamo subito Bad (uno degli artefici, con Alberto, del bel allenamento invernale in notturna da Barcis a Piancavallo…) e Lia,  una dei partecipanti di Estremamente Parco, gara di 110 km nelle Prealpi Giulie (vedi racconto di Enrico).

Si va a mangiare nel capannone, pieno di atleti, organizzato per l’evento (anzi, gli eventi, visto che si svolgerà anche l’Ecomaratona dei Cimbri): il cibo non manca…. salumi, formaggi, pasta… diciamo che vado a dormire soddisfatto, con la pancia piena…!

Ci sistemiamo nella palestra: e so già che non dormirò nulla…. Su 50 persone che dormono, sicuramente, almeno, una russerà…. Sono stato ottimista: di persone che russano ce ne sono almeno tre… non chiudo occhio…. mentalmente minaccio i “russatori” : se domani vi becco in gara, vi faccio sgambetto…

Antico troi degli sciamani

Paolo, Io, Enrico e Lia nella palestra/dormitorio

Alle 2.00 c’è la sveglia. Colazione. Poi via, mezzi rinco (io più che mezzo), con il pullman verso la partenza, in piazza a Vittorio Veneto.

Il tempo atmosferico è clemente, anzi, clementissimo: ha smesso di piovere e si vedono le stelle. Il fango non mancherà, ma quello fa parte della “coreografia”.

Nella oretta che precede la partenza si chiacchera delle varie gare fatte o che si faranno…. qualcuno racconta della Ultra Trail del Monte Bianco (annullata causa mal tempo), si parla di quella “follia” che è il Tor Des Geants (http://www.tordesgeants.it), 330 km da percorrere lungo le più alte cime delle Alpi con 24000 D+, da fare in 150 ore max….  Bad mi nomina una più “modesta” ultra che parte da Buia (Udine) e arriva a Marano Lagunare, la Cormor Ultra …. 69 km da fare lungo il torrente Cormor…. segnata!

Antico Troi degli Sciamani

.. Enrico, Lia, Paolo e MeMedismo poco prima della partenza, alle 4.00 di mattina..

Ore 4.00.  88 coppie alla partenza in quel di Vittorio Veneto, coppie illuminate dalle torce a led. Si parte, subito in salita….

Enrico tiene subito un passo che mi preoccupa….. la mia idea (ma solo mia, evidentemente..)  era di partire piano, a metà gruppo…. di lasciar passare indenne la prima salita…. di fare l’atleta cosciente dei propri limiti… ma tutti i miei buoni propositi finiscono a quel paese…..

Nella prima salita siamo nel gruppo di testa…. no, non va bene, “Enrico, rallenta!“, penso tra me… ma infondo mi va di tenere anche a me questo passo…. e finisce come deve finire: un pò alla volta veniamo passati da altre coppie, già nella prima salita….

La salita finisce e, dietro di noi, la pianura illuminata da milioni di luci rende l’atmosfera ancora più suggestiva…

Diversi tratti di sentiero rendono la vita difficile ai vari runners: spesso si scivola e si cade… ci si sporca di fango (ma questo è il meno) o, se si è più sfortunati,  ci si becca qualche bella botta… o peggio. Enrico, in questi tratti, procede a velocità costante….. io calo paurosamente il ritmo, meglio non fracassarsi sopra a qualche faggio…

Antico Troi degli Sciamani

Arriva il giorno, le stelle se ne vanno e la luce filtra tra le fronde delle betulle. Via la torcia a led. Ho voglia di caffè!

Antico Troi degli Sciamani

Si passano, un pò alla volta, i vari punti di controllo.  Al 30esimo km ci sono Simone Brogioni &  Cristina, menti della LUT (Lavaredo Ultra Trail, 90km sulle Dolomiti con partenza da Auronzo di Cadore… FINISHER!), fanno il controllo del materiale obbligatorio. A qualcuno (scoprirò poi leggendo la classifica) manca la giacchetta antivento… minuti preziosi di penalità! In queste gare la sicurezza viene prima di tutto… sul materiale obbligatorio non si scherza….. anche se pesa!

Antico Troi degli Sciamani

Una cosa che ho apprezzato particolarmente in questa gara sono i ristori: abbondanti… con tante cosine salate (salumi, formaggi, pane…..) da “assimilare”…. In questo ristoro mi dilungo un pò troppo, forse, mangio diversi paninetti…. che tiro giù con tè caldo…. Enrico mi guarda spazientito, come per dire “.. ci muoviamo o no? eh?” .. ma il suo metabolismo è diverso dal mio…. lui è un diesel… io, invece, consumo come un 125 truccato….

Antico Troi dei sciamani

Simone e Cristina (http://www.ultratrail.it/) al controllo del 30esimo km..

Dopo l’ennesimo paninetto si ricomincia a correre. A pancia piena….

Si corre in discesa e sul piano…. nelle varie salite si cammina, più veloci possibile, ma si cammina… Enrico ha il suo passo innarestabile: spesso si ferma ad aspettarmi… per poi nuovamente avanzare.

Penso innumerevoli volte (come ad ogni garea, del resto) a ma chi me lo fa fare…. ma poi basta la vista che si gode da alcuni punti o la maestosità di qualche albero probabilmente centenario per trovare una quasi immediata risposta.

Troi dei Sciamani

Enrico e io all’Antico Troi degli Sciamani

Passano i punti di controllo ed i ristori… e la fatica aumenta… diventa sempre più difficile correre, anche nei tratti pianeggianti… cerco di ingannarmi da solo, dicendomi che infondo mancano solo una ventina di km…. che presto sarà tutto discesa…. che, rispetto alla Lut questa gara è niente, che la fatica viene dalla testa e non dalle gambe (teoria discutibile, ma che fa sempre effetto)…. ma ormai mi conosco e questi auto-inganni psicologici poco funzionano….

Dal 60esimo km fino all’arrivo cè discesa. Una discesa con diversi attraversamenti non proprio facili, con un fango che rende le cadute ancora più facili… ma diverse corde tese lungo il sentiero danno una certa sensazione di sicurezza.

Dò fondo alle energie rimaste: in discesa si va giù come treni.. una bionda va giù a velocità sostenuta…. subito seguita da Enrico…. e io in coda…. si scivola, ci si aggrappa alle corde… e si corre.. si corre bene….

Ad un volontario che presidia un incrocio chiediamo quanto manca: “Poco, pochissimo! Uno, due km al massimo!

Purtroppo non sarà così: dò fondo alle ultime, poche, energie rimaste pensando di essere ormai al traguardo…. ma il traguardo non arriva, i km non sono ne uno ne due… di più… potrebbero essere 4 come 10…. il fatto è che sono stanco sia fisicamente che, e questo è peggio, mentalmente: il solito ma chi me lo fa fare inizia a ripetersi come un inesorabile mantra…

… il traguardo si fa vicino, ok, non è onorevole attraversarlo camminando…. corriamo sti 500 metri…. e, Enrico e io, passiamo il traguardo con un tempo di 12 ore e 30 secondi, 23 esimi su 73 coppie totali.

La classifica completa QUI

Pet. Cognome/Nome Gen. Cat. Cat. Tempo
40 TAGLIAFERRI MASSIMO/VIPIANA ANDREA 1 Maschile 1 8.55.51
75 BARNES PABLO/OLIVERI VIRGINIA 2 Mista 1 9.29.41
53 GALESI EMANUELA/GUERINI LUCA 3 Mista 2 9.31.20
80 ZANET FLAVIO/BUOSI STEFANO 4 Maschile 2 9.38.09
54 DE CONTI DANILO/MORANDIN LUCIANO 5 Maschile 3 9.51.48
11 TESTA ENRICO/FAVARETTO LUCA 6 Maschile 4 10.01.36
70 MARAZZI GIUSEPPE/ARRIGONI GIULIANA 7 Mista 3 10.08.36
66 CAVALLARO ANGELO/ROCELLI MICHELE 8 Maschile 5 10.38.36
34 LIEVORE SILVIO/MARCANTE MARCO 9 Maschile 6 10.51.00
39 FURLAN ALBERTO/SARTORI GIANMARIO 10 Maschile 7 10.57.28
74 MASSA FULVIO/PELLEGRINI ENZO 11 Maschile 8 11.02.35
83 SEMINO CARLO/GRASSI PIETRO ANTONIO 12 Maschile 9 11.02.35
26 PIAZZA LUCIANO/LAZZARINI NORVES 13 Maschile 10 11.09.33
52 CASTEGNARO LEONARDO/MORELLO FRANCO 14 Maschile 11 11.24.18
56 FRATTINI SILVIO/MENNI FABIO 15 Maschile 12 11.32.46
62 BERTO DAVIDE/MOSCHINI CRISTIANO 16 Maschile 13 11.40.02
37 FALOMO ANDREA/RANDAZZO ELISABETTA 17 Mista 4 11.45.23
4 FORNI ANDREA/DE MARTIN NICOLAS 18 Maschile 14 11.45.35
85 MARCHIORO GABRIELE/BREDA FRANCESCO 19 Maschile 15 11.47.44
49 BENEDETTI LUCIANO/ZAMMATTIO ROBERTO 20 Maschile 16 11.56.16
18 CAZZARO ALESSANDRO/CACCO LORIS 21 Maschile 17 11.58.33
46 ZUGNA DAVIDE/VIOLA ENRICO 22 Maschile 18 12.00.30
81 PIVA BARBARA/GENTILINI GIOVANNI 23 Mista 5 12.02.10
12 MAGAGNIN ALESSANDRO/CESCA NICOLA 24 Maschile 19 12.06.43
38 GALETTO LUCA/OLIOSI DANIELE 25 Maschile 20 12.07.59
1 NACCI MAURO/RIGO ROBERTO 26 Maschile 22 12.09.23
31 ZAMAI ANTONIO/CONARDI DAVIDE 27 Maschile 23 12.10.15
58 TONET LUCA/ULIANA WALTER 28 Maschile 24 12.27.26
84 CASTELLI SIMONETTA/BARTOLI CESARE 29 Mista 6 12.30.25
16 SARA GIORGIO/TARANTOLA STEFANO 30 Maschile 25 12.30.31
44 BRESSAN MAURO/CANZIAN PIETRO 31 Maschile 26 12.35.50
60 BOTTEGA ADELCHI/CASAGRANDE STEFANO 32 Maschile 21 12.38.09
77 CESCONETTO DANIELE/ULIAN VALERIA 33 Mista 7 12.51.24
9 MEZZACASA MICHELE/ZAGO ALBERTO 34 Maschile 28 12.54.13
41 AGNOLETTI LAMBERTO/PIOVACCARI FABIO 35 Maschile 29 13.03.36
45 CROSARIOL DAVIDE/FERRARI FABIO 36 Maschile 27 13.06.24
13 PICCIN MORENO/BARATTIN ENRICO 37 Maschile 30 13.09.04
48 MESSERI GIOVANNI/RAZZOLINI ILARIA 38 Mista 8 13.17.45
42 VISENTIN ALESSANDRO/CEVRO-VUKOVIC RENZO 39 Maschile 31 13.32.39
67 ZANCHETTA FRANCESCO/NARDI FRANCESCA 40 Mista 9 13.36.07
23 SCAZZOLI FRANCESCO/SCAZZOLI LORENZO 41 Maschile 32 13.40.10
57 BOLZAN ANDREA/REGINI MARCO 42 Maschile 33 13.41.53
59 FERRARI BRAVO GIORGIO/FOSSALI ANTONIO 43 Maschile 34 13.43.10
68 TONIN ANDREA/CARBONE GIANLUCA 44 Maschile 35 13.45.33
15 PERINI ALESSANDRO/NENZ MICHELE 45 Maschile 36 13.49.55
36 DARTORA NICOLA/BRUNETTA CHRISTIAN 46 Maschile 37 13.52.15
19 LORENZI THOMAS/DAL MONEGO GABRIELE 47 Maschile 38 13.53.54
65 LOVATTI VALTER/MARMONTI OSVALDO 48 Maschile 39 13.55.10
72 ZANARDO ENRICO/DEL LONGO PAOLO 49 Maschile 40 14.06.03
86 TOMASI ROBERTO/SEGAT CHRISTIAN 50 Maschile 41 14.13.27
64 CAPPELLARI ELEONORA/POLLINI ENRICO 51 Mista 10 14.18.37
30 GRESSANI GIANNI/BERNARD ELIA 52 Maschile 42 14.25.35
7 FINI ROBERTO/ROVATTI MARCO 53 Maschile 43 14.29.02
78 MARTINUZZI ANDREA/GIANNO NICOLA 54 Maschile 44 14.29.25
25 MILANI MIRKO/DE BIASI LUCA 55 Maschile 45 14.36.09
6 RONGIONE SANDRO/MARMIFERO DARIO 56 Maschile 46 14.40.53
88 BADIN PAOLO/TOSCAN LIA 57 Mista 11 14.43.44
55 ULIAN ILARIA/FAVARO ANTONELLA 58 Femminile 1 14.43.54
82 BIANCHINI FABIO/SANTIN LUCIANO 59 Maschile 47 14.51.09
69 CHIUSSO ALESSIO/COCO DANIELE 60 Maschile 48 14.51.12
27 LANZA BRUNO/IZZO ANDREA 61 Maschile 49 14.51.28
43 DI DONATO ANDREA/MANZO SERGIO 62 Maschile 50 14.51.30
63 CHIERICI STEFANO/GIARDINI GIOVANNI 63 Maschile 51 14.53.57
3 GRECO MARIA RAFFAELLA/ORTOLAN ROBERTO 64 Mista 12 15.02.26
50 RIGOLLI ARMANDO/BELLINI MARIA ELISABETTA 65 Mista 13 15.15.04
5 LOVISETTO FABIO/CREAZZA MARA 66 Mista 14 15.18.06
47 MARIN GIORGIO/BISCA STEFANO 67 Maschile 52 15.24.41
76 BOCCASSI GIULIA/AUTELLI ROSANNA 68 Femminile 2 15.26.55
71 MASIERO NATALINA/GIORA ALDO 39 Mista
28 SCHIOCCHET ENRICO/TESSARI RITA 70 Mista
22 VIDOTTO PAOLO/BRAIT DEANA 71 Mista
2 FURLANETTO MARTA/LOVISETTO ROBERTO 72 Mista
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CCC (Courmayer,Champex,Chamonix)

settembre 30th, 2010

CCC

Pubblico molto volentieri il racconto di Adriano Grion sulla “sua” CCC, ultratrail che si tiene nella splendida cornice del massiccio del Monte Bianco…. Buona lettura!

Venerdi 27 agosto alle ore dieci si concretizzava un sogno desiderato da mesi.

La mia richiesta di iscrizione era del novembre 2009, la conferma della mia accettazione era di fine gennaio e da lì una lunga preparazione fatta di allenamenti,di gare, di collaudo materiali; al fine di partecipare alla Ultra Trail du Mont Blanc.

Le mie credenziali mi permettevano di partecipare alla CCC (Courmayer,Champex,Chamonix), la più piccola delle quattro gare, ma di tutto rispetto, considerati i suoi 98 chilometri e i 5600 metri di dislivello ed un tempo massimo di 26 ore.

CCC

La partenza della CCC

Alle dieci di quel venerdì le premesse non sono delle migliori: una leggera pioggia stava bagnando i 1800 assiepati sotto lo striscione di partenza a Courmayer. Dopo lo start la pioggia ci accompagna per tutta la prima salita fino al rifugio Bertone dove era posizionato il primo controllo ed il primo ristoro, siamo al 12 km e abbiamo fatto i primi 800 metri di dislivello, la salita continua sempre sotto la pioggia fino ad arrivare al 17 km dove tocchiamo il punto più alto della gara siamo sul Tete de
Tronche
a 2584 metri, dove mi vesto per il forte vento, e finalmente non piove più.

Salita

Inizia una lunga discesa che ci porta ,passando per il rifugio Bonatti ( 22 km 2010 mslm) , ad Arnuva, siamo al 27 km la temperatura si è decisamente alzata, scorci di sereno si aprono sul massiccio del monte Bianco scoprendo il ghiacciaio della Grandes Jorasses.

Mi ristoro, mi sento bene e affronto la seconda delle cinque salite in programma. Scollino a quota 2537 sul Gran Col de Ferret ed entriamo in territorio svizzero.

Salita

Non sono mai stato in Svizzera e farlo di corsa attraverso le montagne senza dogane, mi fa sentire decisamente libero. Sono le quattro del pomeriggio in sei ore ho fatto 31 km e sono decisamente sotto alla mia tabella di marcia. Ad un pallido sole si affianca un forte vento che mi accompagna per tutta la discesa fino ad una malga in località Le Peule (35 km); un veloce ristoro e giù ancora per sentieri, strade bianche ed asfaltate fino a La Fouly (41 km 1598 mslm) .

CCC

Qui mi fermo al punto di controllo e di ristoro, bevo brodo caldo, riempio il mio camel bag e mi vesto perché comincia a piovere.

Un lungo trasferimento su asfalto attraverso paesini ci fa perdere quota fino ad arrivare a Praz De Fort ( 49 km 1151 mlsm); da qui comincia una salita nel bosco fino a Champex du Lac.

Sono completamente bagnato ma felice di essere arrivato al 55 chilometro alle otto di sera, prima del buio. Qui mi prendo una lunga sosta ( quasi un’ora) dove mi metto vestiti asciutti, mi ristoro abbondantemente e prima di uscire, mi bevo una abbondante tazza di caffè.

E’ iniziata la parte notturna della gara, la pila frontale illumina il mio percorso e la pioggia che continua a scendere. Attraverso un bosco in discesa dove il terreno è molto allentato dal passaggio dai trailers che mi hanno preceduto e dalla copiosa pioggia.

ccc

Lasciamo una carrareccia e cominciamo a salire lungo un sentiero ripido dove sembrava di camminare su un torrente vista l’abbondante acqua che scendeva. Guadagnata quota facciamo un traverso su un sentiero erboso lungo il quale vedo apparire la luna e qualche stella: ho la speranza che smetta di piovere, ma invece sale un forte
vento che ci accompagna fino allo scollinamento de La Bovine ( 65 km 1987 mlsm).

CCC

La discesa è un incubo: pioggia vento, fango, la fatica si fa sentire mi prende una piccola crisi che per fortuna dopo un pò se ne va.

Arriviamo a Trient ( 71 km 1330 mlslm) ed è appena passata la mezzanotte , anche qui posto di controllo, ristoro veloce e via, sono troppo concentrato e voglio affrontare subito la penultima salita: più di 700 metri di dislivello in 5 km.

Il sentiero è ripido ma costante: prendo un buon ritmo con l’aiuto dei bastoncini. Piove, ma per fortuna non c’è vento, arrivo a Catogne (76 km 2027 mlslm). Siamo in territorio francese, per me è una liberazione nonostante il forte vento e la pioggia ,perché sento la fine della gara avvicinarsi, prima di affrontare la penultima discesa, il solito controllo e un pò di te caldo, giù con in testa 800 metri di dislivello da fare prima di affrontare l’ultima salita.

La discesa è peggiore di quella precedente: fango e acqua fino ad arrivare all’ultimo prato dove vedo luci e sento applausi al passaggio dei concorrenti. Arrivo a Vallorcine alle 3 e 30 del mattino (81 km 1260 mlslm), lo stomaco comincia a darmi qualche problema, entro nel locale di ristoro dove noto un certo fermento molto diverso rispetto a quello che avevo potuto osservare nelle altre soste, ma non mi preoccupo.

Avevo in testa solo l’ultima salita e poi l’ultima discesa fino a Chamonix. Bevo un pò di te caldo strizzo dall’acqua i guanti e esco.

Piove mi faccio coraggio e vado, non faccio in tempo a fare poche decine di metri che vengo fermato da due ragazzini francesi che mi sbarrano la strada con un: “fermè”.

Chiedo spiegazioni, ma non ci capiamo, per fortuna incontro degli italiani che mi dicono che la gara è stata sospesa a causa del forte vento sull’ultima salita e l’organizzazione non se la sente di farci proseguire, cerco smentite, ma purtroppo è tutto vero, i miei sogni si spengono quando annunciano l’arrivo del bus che ci porta tutti a Chamonix.

Attendo il bus sono bagnato batto i denti dal freddo, i miei pensieri vanno ai mesi di preparazione alla pazienza della mia famiglia che ha atteso con me questo momento,consapevole del fatto che da lì a poche ore avrei finito con onore la Ultra Trail du Mont Blanc.

Posso commentare dicendo che solo la pioggia ha potuto fermarmi!

Rimane in me un ricordo indelebile di 17 ore e mezza di gara in terreni a me sconosciuti in condizioni meteo decisamente difficili, dove ho potuto mettere a prova
i miei limiti.

Adriano Grion

CCC

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Camignada

agosto 1st, 2010

La Camignada.

Bella.

Anzi, bellissima.

Bellissimo percorso (30km), bella giornata di sole (che picchiava bene sopratutto negli ultimi km verso Auronzo di Cadore), grande partecipazione (sia di corridori che di camminatori) e ottima organizzazione…. cosa volere di più da una “corsa in montagna non competitiva” che si è svolta nell”ineguagliabile cornice delle Dolomiti?

La Camignada, nata nel lontanto 73, per me è una scoperta di quest’anno: complici amici runners vari che ne decantano la bellezza, mi ritrovo alle 8.00  di mattina  sulla linea di partenza, immerso (con gli altri 1000 e passa runners) nel panorama della conca del Lago di Misurina.

Piccola premessa, sono da due giorni, in compagnia dell’amico Andrea, sulle Dolomiti : la Camignada è stata un ottima scusa per fare del trekking tranquillo e tante foto, per dormire al Rifugio Locatelli (e godere del tramonto sulle Tre Cime del Lavaredo), per ammirare il panorama dal Monte Piana, per dormire in campeggio (in quello di Misurina, spartano, come piace a me…), per ammirare il Monte Paterno, la forcella Giralba e la Croda dei Toni… insomma, una overdose di montagna.

Gare come questa sono palesemente una scusa per “fuggire” dalla città….

Due giorni non sicuramente di riposo: ma tanto in un mese ho fatto 4 allenamenti (due gare + 2 allenamenti ridicoli…. ehm….), quindi, chissenefrega di risparmiare energie? Certo, meglio non arrivare alla partenza stanchi morti, ma di essere fresco come una rosa… beh, non era sicuramente nelle mie intenzioni! :-)

Ore 8.00.

Colpo di pistola.

Si parte, nella massa.

Sono in compagnia di Alberto, si corricchia lenti, in salita sull’asfalto che porta verso il casello della strada panoramica che porta al rifugio Auronzo, dopo un pò ci separiamo, ognuno con il suo ritmo.

Durante la salita c’è chi corre e chi cammina…. corricchio, fino a quando l’asfalto non cede il passo al sentiero che taglia la strada, per camminare in alcuni tratti e correre in altri…  arriva il rifugio Auronzo: primo timbro sul cartellino….

Questa è una caratteristica della Camignada dei 6 rifugi: alla fine dei 30 km si avranno i 6 timbri dei 6 rifugi ben impressi sul foglietto dato alla partenza… l’Auronzo, il Lavaredo, il Locatelli, il Pian del Cengia, il Comici e il Carducci. Rifugi che conosco bene, ma che non ho mai visto tutti di fila… :-)

Dall’Auronzo inizia il tratto “vero”:  dopo la salita, inizia un veloce tratto fino al rifugio Lavaredo, poi di nuovo salita fino alla Forcella Lavaredo (e come non pensare al passaggio di questo tratto durante la LUT, con il buio e la luna piena…) e veloci verso il Rifugio Locatelli.

Arrivo al Locatelli che mi sento ancora “fresco” : ho evitato di strafare in salita, passo lento, senza esagerare… voglio dar tutto nella lunga discesa della Val Giralba (o almeno queste sono le mie intenzioni).

Altro bel tratto veloce fino alla dura salita che porta alla Forcella di Cengia, fatta due giorni prima in senso inverso. Salita dura. Molto….. e qui inizio a sentire la mancaza di allenamento…

Ripida discesa fino al rifugio Comici….. e poi nuovamente salita, per ridiscendere rapidi verso il rifugio Carducci.

Certo, non sono i dislivelli incontrati nella LUT: ma si fanno sentire comunque…

Finalmente arriva la mitica discesa della Val Giralba: più di 10 km veloci…. queste sono almeno le mie intenzioni….

Un crampo durante la discesa mi comunica gentilmente che è il caso di rallentare….. cammino per un pò, poi riprendo a corrircchiare.

Finalmente arrivo ai 4km finali,  praticamente dritti ad eccezzione di qualche piccolo ma fastidioso strappetto… nelle mie fantasie pensavo di farli velocemente, senza particolari difficoltà, di recuperare infinite posizioni…. ma le fantasie rimangono fantasie: son 4k duri, sotto un caldo sole che si fa sentire…

Taglio il traguardo in 4h 04….  piazzandomi 169 su 1.100 e passa runners…. bene, ma peccato non esser scesi sotto le 4h….  prossima volta, eh! :-)

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Memorie di un disperso (Estremamente Parco 2010)

luglio 20th, 2010

Pubblico, molto volentieri, il racconto dell’amico Enrico sulla sua esperienza alla gara di trail “Estremamente Parco“, dura gara di 110 km disputatasi sui aspri sentieri del Parco delle Prealpi Giulie.

Cliccando sul link seguente è possibile visualizzare il file .pdf originale di Enrico, completo di foto.

“Memorie di un disperso”, racconto su Estremamente Parco 2010 di Enrico

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Ho bisogno di una musica che evochi spazi infiniti, la trovo.

La voce magnetica e di SainkhoNamchyalk, artista di Tuva, mi accompagna all’ingresso della Val Resia.

E, assieme alla musica, ecco la visione, il Canin si erge nella luce del tardo pomeriggio, aereo e impalpabile, e ha l’aspetto più di una nuvola che di una massa di roccia.

La Val Resia la adoro; da quando, qualche anno fa, ho iniziato a percorrere da solitario le montagne friulane su questi sentieri ho spesso portato i miei Meindl “corazzati”.

Giri da dieci, dodici ore, nottate passate al ricovero Rio Nero, passaggi per uno yoghurt e quattro chiacchiere alla malga Confin, la scoperta di angoli e visioni sempre nuovi.

Giornate memorabili!

Quando ho visto che era in programma un’iniziativa in Val Resia ho avuto pochi dubbi a iscrivermi, atto doveroso, mio personale omaggio a questi luoghi.

“Iniziativa” la chiamo perché mancano i termini e non si sa in che categoria far rientrare questo viaggio di 110 km e 8000 di dislivello: trekking? trail? camminata o corsa?

Al di là della terminologia siamo in trenta sulla linea di partenza, sembriamo atleti, si direbbe, impegnati in un evento sportivo.

Ma io amo pensare in altri modi, e la categoria sportiva mi aggrada fino a un certo punto; certo, sono “travestito de sportivo”, e, per quanto mi riguarda, correrò quanto posso e più degli altri, se ci riesco. Ma davanti a questa distanza, davanti a questo mondo immenso che si apre, e si occulta, al di là del cono di luce della frontale, io mi sento un asceta.

Centodiecichilometri”, bisogna sussurrarselo, e vedere che reazioni ha il proprio corpo, e la propria mente. Ma rimango assolutamente tranquillo, non ho paure, non ho timori, ma neanche eccitazioni.

Mi sembra assolutamente normale, come fossi uno che si è impegnato in queste distanze più e più volte e può sfoggiare la sicurezza di una reiterata esperienza.

E invece corro da un anno e ho esordito nelle gare in dicembre, alla Cavalcata Carsica. E ora Estremamente Parco, e a fine mese la Lut. Fanno, assieme, 200 km in meno di un mese.

E perchè no? A volte rispondo, scherzosamente, che faccio ciò perchè, nonostante i miei quarantatrè anni, ho ancora le gambe vergini!

Si parte, mezzanotte del venerdì 4 giugno, Prato di Resia.

Corro, corro subito perchè ho bisogno di silenzio, soltanto due parole discrete con Chiara, il monte bianco come tema, per lasciar scorrere l’ultimo asfalto.

E poi, quando la strada lascia spazio al sentiero, mi lascio inghiottire dal buio dei boschi; il sentiero l’ho provato il sabato prima, e vado veloce. E sono solo.

Al paese successivo una donna di vedetta dietro la curva mi spaventa con le sue grida

Arrivano, arrivano! Sono qua!

Arrivano?

Passo solo io, gli altri ancora occultati dai boschi. Applausi di un piccolo gruppo, foto e telecamera in azione, un piccolo momento di celebrità, uno mi grida “Ma dove vai? Mancano ancora cento chilometri!”.

Perchè vado? Vado perchè questa notte è così bella, vado perchè c’è un mondo ignoto e immenso che si apre al mio passo, vado perchè sono un eremita pellegrino che gode di essere solo su questa montagna.

Stolvizza (578 m): da qui inizia la salita, una di quelle salite secche, da novecento, mille di dislivello, che ci sono in queste valli. La conosco e la faccio veloce. Nel buio grida e fruscii di animali. La mia anima in pace.

Al ricovero Crasso (1654 m) il primo controllo, sorprendo il responsabile mezzo addormentato e colpito da questo essere della notte spuntato dai mughi, forse non sospettava un arrivo così rapido!

Dopo il ricovero il sentiero diventa una traversata di qualche chilometro per il bivacco Marussich, corro quando posso, c’è da essere prudenti, so che più avanti inizieranno i primi nevai, e bisogna indossare i ramponi operazione assolutamente nuova per me.

Magicamente, assieme ai primi nevai, appare la luna; mi aiuta ad illuminare l’operazione di aggancio dei ramponi:”Tutto a posto, si va”, uno sguardo alla traversata con le frontali di chi mi segue, suggestive come stelle.

Al Picco di Grubia (2237 m), nei pressi del bivacco Marussich, altro controllo con foto di gruppo con i volontari e sentiti complimenti, vengo accompagnato al sentiero per Sella Nevea, immerso nella neve, non lo conosco se non per quello che può dirti la cartina, inizia uno spazio ignoto e mi ci butto.

Non è facile, non è facile per niente.

Le bandierine di segnalazione faccio fatica a vederle, devo andare piano e cercare di inquadrarle da una all’altra, apro la via agli altri a fatica, perdo tempo.

Tutto il sentiero è difficile da percorrere e uno comincia a sentirsi un disperato, cado anche in un buco fino alla cintola, penso di avere perso lì una borraccia con del prezioso the allo zenzero caricato di miele. Mi ferisco leggermente a una mano con un rampone, e capisco che non è prudente correre con i ramponi in mano.

Intanto però le montagne mi donano l’aurora, a rincuorarmi.

In qualche modo vengo fuori da questa parte di sentiero e l’arrivo alla casera Goriuda attesta che non ho sbagliato strada, ora spero in un sentiero migliore, dovrebbe chiamarsi “Sentiero Sereno”.

Ma il sentiero non è all’altezza del suo nome, è un sentiero inquietante, soprattutto per uno vorrebbe andarsene veloce, invece lui ti inchioda in passaggi tecnici, dirupi, strettoie, curve scivolose e segnali poco evidenti. Non deve essere stato facile ricavare un sentiero sulle strette pareti della Val Raccolana, ne convengo, stringo i denti e sono tutto nei miei piedi che devono mostrare intelligenza e offrirmi totale sicurezza; e intanto, lì in basso, appare Sella Nevea. Ci arrivo alle cinque, prime luci dell’alba.

Sella Nevea (1162) si mostra in tutta la sua bruttezza di posto senza anima, il cemento armato degli alberghi non riesco ad amarlo, le architetture raffazzonate neanche, almeno il primo ristoro è in un edificio piacevole stile baita. Mangio qualcosa e riparto rapidamente, mi dicono che ho mezz’ora di vantaggio sui secondi, un buon capitale. E mi dicono, anche, che non bisogna pigliare le piste da sci in salita per il rifugio Gilberti, come mi sembrava di aver capito, ma è da affrontare il sentiero 636.

Parto di buon passo e salgo rapidamente, finchè ritorna la neve e i segni del sentiero cominciano a essere meno evidenti, poi a perdersi.

Nessuno che arriva alle spalle.

Continuo in piena neve prendendo per il Gilberti a vista, non ho ancora la percezione di aver sbagliato qualcosa e penso che se uno conoscesse il sentiero nel suo andamento estivo avrebbe meno problemi.

Il nevaio è lungo e comincia a rendersi insopportabile, faccio un sacco di fatica e vado piano, sbaglio direzione più diuna volta finchè mi affaccio sopra le piste di sci, e qui il problema è scendere dai dirupi, ma trovo una soluzione, mi butto in un passaggio tra i mughi e arrivo alla pista da sci, da qui supero il rifugio Gilberti (1850 m) e… beffarde, alla mia destra, la serie di bandierine verdi si presentano alla mia vista e mostrano quello che sarebbe stato il sentiero corretto.

Cos’è successo?

A causa dell’innevamento una parte di percorso è stata modificata ma al primo ristoro faceva ancora fede il vecchio percorso verso il quale sono stato indirizzato, poi, probabilmente, con chi seguiva la questione si è chiarita e le persone correttamente inviate a risalire la pista da sci tra Sella Nevea e il Gilberti, che sarà anche dura ma è più breve e non offre problemi di orientamento!

Risultato? Dal primo posto a questo punto sono dodicesimo, mi dicono al successivo punto di controllo!

Ironizzo “com’è che a Sella Nevea ero primo e ora dodicesimo e nessuno mi ha mai superato?

Vado a tutta per recuperare e c’è tutto un nevaio da risalire per arrivare a Sella Grubia, dove incrociamo nuovamente il bivacco Marussich e da dove si scollina per tornare in Val Resia.

E io non ne posso veramente più della neve.

Ci vengo fuori e al bivacco gli stessi che, ammirati, mi avevano accolto la notte ora mi chiedono, sorpresi, cosa sia successo, e, per di più mi riferiscono che ero quasi stato dato per disperso e che stavano allertando i soccorsi! “eh, so io cosa è successo!”, sono un po’ incazzato, e mi butto in discesa con rabbia ma mi passa presto. Un uomo rabbioso è poco elegante e questa discesa la voglio fare in maniera impeccabile.

In poco tempo recupero e supero un po’ di concorrenti, “permesso!” e “saluti!”, scusate ma in discesa non ce n’è per nessuno. (Dopo mi racconteranno che dalla valle alcuni mi seguivano con il binocolo, appassionandosi parecchio alla mia sorte).

A valle mi incrocio con Ezio, anche lui alla prima prova sulla distanza, con cui affronto la salita da Coritis (649 m) alla Malga Canin (1444 m), dislivello terribile da affrontare nelle ore calde, ma almeno a tre quarti di salita una ragazza ci delizia con dell’acqua fresca e la sua bellezza.

Da Malga Canin si scende verso malga Coot (1183 m), secondo punto di rifornimento e quarantesimo di gara.

Cambio zaino e mi scolo la mia preziosa zuppa di miso.

Mi dicono che il gruppo dei primi non è distante e spero, in salita, o sulla lunga dorsale che dal monte Guarda arriva al monte Nische, si rendano visibili. Ma così non è. Percorro tutta la dorsale ma non riesco mai a vederli, corro a intervalli, soprattutto nei tratti in discesa ce la faccio ancora, anche se i piedi cominciano a patire.

E sì che qui sarebbe bello andarsene veloci, vestiti solo di cielo e di vento!

A Sella Carnizza (1076 m) c’è un villaggio di stavoli molto suggestivo (Stavoli Gniviza), rifornimento rapido in quanto mi dicono che i primi sono partiti da dieci minuti, mi aspetta una bella salita da fare a tutta che mi porterà alla Bocchetta di Zavaior (1605 m).

Comincio a sentirne le voci di quelli che mi precedono e poi le loro sagome sullo sfondo del cielo al passo. Ciò mi incita ad accelerare per poi risolvere la questione in discesa. Quando questa si presenta mi sento un rapace a caccia e comincio a veleggiare lungo il sentiero sassoso. Quelli davanti a me mi vedono e credo siano sorpresi di questa inaspettata apparizione.

Vado a tutta, rischiando anche un po’, non ci vuolemolto per raggiungerli e superarli, poi ancora giù, il sentiero diventa più semplice e piacevole, terroso e ricoperto di foglie, il mio terreno preferito.

Più avanti raggiungo i primissimi, Marco e Francesca, che poi saranno i vincitori, scambio di battute e poi mi godo gli ultimi tornanti di nuovo in solitaria, e così sull’asfalto verso Pian dei Ciclamini; rifornimento rapido sotto gli occhi ammirati dei volontari e si riparte, voglio andare verso il Plauris, salita finale, con le ultime luci del giorno e ritengo che non dovrebbero esserci più problemi.

Invece, a Plan di Tapou, commetto una leggerezza, non controllo la cartina e mi infilo su una forestale che mi porta completamente fuori zona, dalla parte opposta della Val Venzonassa! la rabbia è, anche, di avere incrociato un camion e di non aver chiesto informazioni, ma in quel momento ero assolutamente convinto della mia strada!

Tento di trovare una soluzione ma sbaglio di nuovo direzione, incrocio un motociclista e chiedo informazioni, macchè, si è perso anche lui, se ne va sulla sua moto, io sui miei piedi sempre più doloranti.

Sono fuori di qualche chilometro ma ne vengo fuori, rientro sulla forestale ufficiale ma, oramai, è di nuovo notte.

Cammino, cammino, salita e ancora salita, almeno questa strada la conosco, si va a Malga Confin, ma in quest’ultimo tratto prendo la decisione di fermarmi al ristoro, devo capire in che stato sono i miei piedi e se ci sarà la possibilità di ripartire, sono dubbioso e sempre più sofferente, mi inquieta affrontare un’altra notte in queste condizioni.

Giunto nei pressi della malga vedo, verso il Plauris, alcune frontali in salita, non so quanti mi hanno superato, ma mi sembrano parecchi.

A malga Confin mi avvertono però che sono appena partiti solo Marco e Francesca, le altre frontali sono quelle dei volontari del soccorso, inoltre ci sono le luci di segnalazione sul percorso: “ah, ecco cos’erano tutte quelle luci!”

Potrei inseguirli… potrei… ma saggiamente i miei piedi dicono di no. Oso togliermi scarpe e calzini e lo spettacolo non è incoraggiante, i piedi si sono gonfiati, la neve e l’umido li ha sbiancati, e trasformato le normali pieghe della pianta dei piedi in orridi canyons che penetrano profondamente nella pelle, e il tutto condito da delle dolorose vesciche.

Non se ne fa niente, non voglio rischiare, qui si spacca tutta la pelle e devo ancora correre la Lut tra qualche settimana.

Sono inquieto, mi faccio dare dell’olio d’oliva e ungo i piedi, poi, visto che i piedi devono riposare tanto vale andare a dormire e vedere se si rimettono in condizione di camminare. Al limite aspetterò fino al mattino, la partita, oramai, è persa! Mi faccio svegliare ogni mezz’ora, dopo la mezzanotte, e più volte rimando la partenza; ma alla sveglia dell’una e mezza mi convinco che i miei piedi possono farcela, li fascio e rimetto le scarpe.

E’ appena ripartito il terzo concorrente, lo vedo salire verso il passo che porta al Plauris e gli vado dietro.

I piedi accettano di camminare, quindi ricomincio a marciare di buona lena, sotto la cima del Plauris raggiungo Denis, si continua assieme.

La discesa dal Plauris è complessa, una pietraia scivolosa, sentiero difficile da individuare, bisogna rimanere concentrati in ogni momento per rimanere in piedi e non perdere i segni biancorossi. Più sotto ci aspetta l’attraversamento di un nevaio, ma è relativamente breve, ed è l’ultimo.

Fermandomi un momento mi sembra di vedere una luce al passo Maleet, che andremo ad affrontare tra poco, che siano loro? forse se la sono presa comoda? Mi sembra strano ma in queste situazioni è tutto possibile.

Anche la discesa dal passo Maleet è molto difficoltosa, i piedi non ne possono più ma si cerca di andare veloci, a valle si trova una strada asfaltata da percorrere per qualche chilometro, fino agli stavoli Tugliezzo, Denis non ne può più e rallenta, io riparto al massimo, ancora con l’idea di potere andare sotto ai primi.

L’ultimo tratto nei boschi, attraverso gruppi di stavoli, è piacevole, si va veloci anche solo camminando, una ultima discesa da Borgo Cros porta all’attraversamento del Rio Resartico su un suggestivo ponte e ci si ritrova al rifornimento di Povici, centesimo chilometro se non ci fossero state deviazioni!

Saluti, complimenti e la notizia che Francesca e Marco sono transitati tre ore prima! Allora le luci al passo Maleet erano delle allucinazioni! Me la prendo un po’ comoda e, mentre mi accingo a ripartire, ecco che arriva Denis, ha stretto i denti e superato il momento di crisi! faremo insieme gli ultimi chilometri che portano al traguardo.

Arriveremo alle 9.25 di domenica dopo 33 ore e 25 minuti in seconda posizione.

Francesca e Marco sono già arrivati alle 5.37, dopo 29 ore e 37 minuti.

Classifica Estremamente Parco 2010

1 DOMINI FRANCESCA 5.37 29,37

1 STEFANUTTO MARCO 5.37 29,37

2 VIOLA ENRICO 9.25 33,25

2 TREU DENIS 9.25 33,25

5 MARTINA JOHN 11.00 35

6 BASSI NICOLA 11.01 35,01

7 COLONNELLO CHIARA 12.10 36,1

7 FRANZ JOSEF 12.10 36,1

8 SPAGNOLI VINCENZO 13.47 37,47

8 TOMAT STEFANO 13.47 37,47

9 DELL’ANGELO RENZO 13.57 37,57

9 BARBACETTO GIACOMINO 13.57 37,57

9 PICCO NORIS 13.57 37,57

10 PIELICH ANTONIO 17.22 41,22

10 CANDIDO STEFANO 17.22 41,22

11 TAMPLENIZZA MAURIZIO 20.26 44,26

11 TOSCAN LIA 20.26 44,26

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