…. E’ passato ormai un mese dalla UltraBericus, la UltraTrail di 65km disputatasi in quel di Vicenza, ultramaratona con un arzigogolato percorso su e giù per i monti Berici (slogan ufficiale: “I Monti Berici tutti d’un fiato”… ed è stato proprio vero! ).
Una bella e dura gara in compagnia di Enrico (… o meglio: una trasferta con Enrico, visto che poi, alla partenza, è volato via con i primi…. e chi lo ha visto più…? ), di cui pubblico, volentieri, le sue “note al margine”…
Ultrabericus: note al margine
Levataccia: per andare a Vicenza e essre alla partenza senza problemi bisogna partire presto, e, dopo un un confronto con Davide giocato sul filo delle mezz’ore, ci accordiamo per le quattro e mezza del mattino.
Partire alle quattro e mezza del mattino significa per me svegliarsi alle tre e mezza, fare una colazione a base di frutta, bere un the, lavarsi, accertarsi che nelle borse ci sia tutto il necessario, prendere la macchina, puntare verso lo stadio, osservando gli ultimi nottambuli che rincasano, e piazzarmi sotto la casa di Davide in perfetto orario. E questa è solo la prima cosa da fare, che poi c’è il viaggio, lo stress di entrare in una città che non conosco e, last but not least, correre per sessantacinque chilometri, possibilmente a un buon ritmo!
Ad alzarmi presto al mattino non ho problemi, dopo aver frequentato per anni i ritiri zen. L’aria è fresca, l’aurora emozionante, l’ambiente calmo. E poi devo provare a dormire poco, che mi sono iscritto al Tor des Geants e anche a questo bisogna allenarsi, che lì chi dorme meno vince!
Allenarsi: Forse è stato un po’ crudele inserire una gara di sessantacinque chilometri in marzo, proprio a inizio stagione. Per quanto mi riguarda ho rallentato la frequenza degli allenamenti dopo la Lanaro Granfondo, che un po’ di riposo non fa male, anche se al sabato e domenica ho continuato a fare il serio e a non perdere il passo sulla distanza.
Verso fine febbraio ho cominciato a caricare di più, non tanto durante la settimana, che gli ultimi freddi e l’oscurità nelle corse serali ti tolgono un po’ la voglia, ma nel fine settimana, quando ho iniziato a fare quattro, cinque, fino a sei ore di allenamento, sperimentando nuovi giri e sentieri, perfezionando quelli vecchi, e dando l’assalto alcune volte al Taiano per fare dislivello.
Propriamente posso dire, il giorno della gara, di essere allenato. Davide nota il sorrisino, e io non aspetto che di partire per mettere in atto ciò che bolle nel pentolone dei miei muscoli!
Il salotto buono: Per alcune ore non vedremo che boschi, prati, campi, rocce, colline, paesetti. Percorreremo sterrati e sentieri fangosi. Ma prima di questo, e dopo di questo, c’è la città. Partiamo dal salotto buono di Vicenza, di fronte al ritmo delle serliane della Basilica Palladiana.
Nella città che si sveglia si aggirano strani figuri, ma ancora più strani saranno i figuri che si aggireranno al termine della gara!
Così capita che dopo aver tagliato il traguardo incontro Antonio, che è arrivato una manciata di minuti prima di me. Ci siamo conosciuti alla Lavaredo Ultra Trail, accomunati dal dramma di avere sbagliato sentiero e perso tempo e posizioni preziose proprio negli ultimi chilometri.
Invece di aspettare il bus navetta che dall’arrivo ci porterebbe all’ostello e al piacevole calore delle docce, decidiamo di fare la strada a piedi.
Figuratevi, è l’ora dello struscio, e ragazzini e ragazzine alla moda e adulti tirati a lucido affollano i corsi del centro. Ed ecco che passano due tipi in pantaloncini corti, bagnati, sudati, e non certo profumati, e per di più chiazzati di fango. Non possiamo certo simulare di essere due stilisti particolarmente originali. Siamo altra cosa.
Come mi ripeto spesso, “la corsa è per uomini selvaggi”.
Dell’essere scambiato per una donna: uno rimane sorpreso quando, approssimandosi all’arrivo, assieme alla vincitrice, viene accolto dalla speaker che annuncia l’avvicinarsi delle prime due donne. vabbè che sarò stato lontano quei duecento metri e che la barba di qualche giorno non si notava ma uno ci riflette un po’ sulla propria mascolinità visto che era già capitato lo stesso alla sky race delle Dolomiti Friulane. Mi ritornano in mente i miei travagliati dodici-tredici anni quando, paffutello e con i capelli lunghi non si capiva veramente che cosa fossi.
La soluzione potrebbe essere barba lunga e incolta, cosa che sta andando di gran moda tra i trailers, che alcuni sembrano dei barbudos appena sbarcati dal Granma.
Booster: la prima volta che in un video ho visto i booster mi sono chiesto che cavolo era saltato in mente a quello che li indossava. La visione di questi manicotti “stringi polpacci” mi riconducevano alla mia prima presa di posizione estetico-stilistica, risalente ai miei cinque anni, in cui cominciai a rifiutare il connubio pantaloncini corti e calzettoni alti.
Poi capisci che la funzione anti crampi ha un suo senso, oltre al fatto che cominci a farti l’occhio per la particolare estetica del prodotto. Così li compri e ne rimani convinto.
Sta di fatto che all’Ultrabericus non indosso i booster perchè, nella fretta di presentarmi alla partenza, non li trovo.
Guarda caso soffrirò di crampi per buoni trentacinque chilometri.
“Ah se avessi i miei booster”, mi sono ripetuto più volte.
Peccato che i miei booster non fossero particolarmente distanti, li avevo messi nello zainetto da gara assieme al materiale obbligatorio.
Beffa delle beffe, loro lì sulle mie spalle, e io avanti a soffrire!
Il giorno dopo: dopo la corsa mi fermo a Vicenza e dormo all’ostello.
Il giorno dopo mi reco a Padova a lezione di calligrafia giapponese.
Stanco forse più per il fatto di non aver dormito bene che per i chilometri fatti in gara non riesco a fare una riga diritta e un esercizio decente.
Il maestro mi guarda sarcastico, per me oggi non è giornata. Un giorno un successo, un altro giorno un insuccesso. C’est la vie!
Al decimo km, quando passo, insieme agli altri 1500 e passa runners, Basovizza, incomincio a chiedermi se, dico se, sia il caso di rallentare.
Sento ancora i 65 km dell’Ultrabericus, fatta una settimana prima. E una settimana, per smaltire una Ultra, non è tanto….
65 km non sono pochi: non saranno i 90 km della LUT, ma non son pochi comunque…..
Sono partito lento, nelle retrovie di questa bella mezzamaratona che è quella di Sezana, piccola località in Slovenia, a pochi kilometri dal confine con l’Italia. Forse un pò “troppo” nelle retrovie: davanti a me ci saranno quei mille e passa corridori, siamo stretti come sardine…. Non trovo il mio spazio
Non ho mai corso questa mezza e diversi amici mi han avvisato “che non è facile…”… diversi sali e scendi che possono mettere in difficoltà… Ma i miei criteri di valutazione delle “salite” sono, spesso, molto diversi: ma “meglio non cagarla fora dal bukal” e partire piano…..
Il primo km lo faccio in 5 e 38. Ehm, forse un pò troppo piano….. ma sono immerso nella massa e non riesco a farmi strada….
Un pò alla volta trovo il mio spazio lungo il percorso, ai lati, spesso corro sull’erba per sorpassare i “barcolani”, mia personale definizione per indicare quelli che corrono esclusivamente sul dritto (Barcola è il bel lungomare che porta dalla pineta di Barcola, rione di Trieste, fino al Castello di Miramare…) magari per “perdere qualche kg” e, alla prima salitella, entrano in crisi mistica… e diversi son già in crisi al primo km.
Come me al trentesimo della Ultrabericus, dopo aver esagerato al ristoro….
Alla partenza della UltraBericus, in piazza dei Signori a Vicenza
Ma torniamo a 80 km fa, quando Enrico, alle 4.30 della mattina di sabato, passa a prendermi: destinazione Vicenza, Piazza dei Signori. Ultrabericus. 65 Km con D+ di 2.500 m. I Monti Berici tutti d’un fiato.
Chiedo ad Enrico, mentre, in una autostrada avvolta dalla nebbia, come vanno gli allenamenti.
“Bene, mi sto allenando bene!“, dice sorridendo. Un Enrico che dice “che si allena bene” alle 5 di mattina fa una certa impressione. Vi assicuro. Peccato che non usi il GPS o altri strumenti di misura della distanza per trasformare il suo “bene” in km.
Lui corre, possibilmente in salita e veloce, e basta. Io sono uno di quelli che “arrotondano” i km sul GPS per avere i conti facili a fine mese. Enrico corre. E credo che oggi correrà bene. Ne sono sicuro.
Dopo la consueta pausetta in autogrill (caffè nero e caffè d’orzo in tazza grande, un must ormai delle trasferte corsaiole…) e qualche altro km arriviamo in una Vicenza bella che assonnata. Quasi come me.
… c’era anche il sindaco! …
..propongo uno scambio ai Vicentini: noi vi diamo il nostro con tutta la giunta in cambio del vostro…
Dopo qualche “giro a cazzo” per cercar parcheggio, ormeggiamo la macchina in un parcheggio a pagamento e ci dirigiamo verso l’Ostello della Gioventù, poco distante da Piazza dei Signori dove, alle 10.00, ci sarà la partenza.
Vicenza, la città del Palladio: non ci sono mai stato e questa gara è un occasione per vedere una città nuova… e i suoi dintorni…. tutti d’un fiato (quanto mi piace lo slogan ufficiale della gara)…
Ritiriamo i numeri di pettorale e, dopo aver gironzolato per Corso Palladio e zone limitrofe un altro caffè. Che a me fa però poco effetto. Che sonno. Partire stanchi non è mai una bella cosa: durante tutta la gara, oltre che la fatica, soffrirò una perenne sonnolenza… più del solito!
Quando mancano tre quarti d’ora alla partenza ci rendimo conto che il parcheggio dove abbiam messo la macchina è consentito solo per un ora. Fantastico…
Spostiamo la macchina in un altro parcheggio, vicino alla stazione… e veloci verso l’ostello, dove ci cambiamo e consegnamo i borsoni al furgone che li porterà fino all’arrivo. Siamo tardissimo (..occhiatacce da parte della Pollini Crew..) e arriviamo alla partenza 10 minuti prima del via, senza uno straccio di riscaldamento…. vabbè, 65 km sono abbastanza per riscaldarsi, no?
… i primi km…
Enrico si piazza davanti, in prima linea, io mi sposto nelle retrovie, scambiando volentieri qualche battuta con la Lia, la Pimpa e il Badin… persone che si incontrano solo durante questi “divertenti” (.. ma anche si, dai!) ritrovi di pazzerelli (perchè ne siamo coscenti, sia chiaro..) con una passione comune.
Ore 10.00, partenza.
La partenza nella cornice di Piazza dei Signori, con le bandiere italiane che addobbano tutte le finestre della piazza e della città, mi emoziona. Veramente. Una gran partenza, con una energia che avvolge tutto.
La salita tra i portici che portano sulla cima del Monte Berico, da cui si gode della vista su Vicenza, mi rimarrà sicuramente impressa….
I primi km sono tranquilli…. poi iniziano i sali e scendi, gli sterrati, il fango, non tantissimo, ma c’è, e non è così difficile scivolare con il rischio di schiantarsi su qualche albero o su qualche altro runner.
Mi fermo per fare diverse foto con il cellulare, la primavera ha iniziato a farsi sentire e vengo colpito dai colori dei fiori e delle piante che iniziano a risvegliarsi. Io continuo a dormire, invece….
Poco prima del trentesimo kilometro il mio entusiasmo iniziale incomincia a perder colpi… per fortuna arriva il ristoro del trentesimo km, dove le staffette si danno il cambio… e dove io mi ingozzo come un maiale…. scopro a mie spese che l’abbinamento grana-datteri-integratori vari-banana non è proprio il più azzeccato….
… riprendo a corricchiare, ma per un ora buona sento doloretti vari allo stomaco…. poi riprendo una corsa lenta, nei tratti in discesa e dritti… mentre nelle salitelle cammino.
Mi godo la lunga discesa verso il Lago di Fimon: almeno per i primi minuti… poi, a causa delle scarpe troppo “giuste” le dita dei piedi iniziano a battermi troppo sulle punte…. azz…. quando arriva nuovamente il rettilineo tiro un sospiro di sollievo….
Dopo il lago altra salita…. e poi un lungo rettilineo che passa per la cittadina di Arcugnano.
Durante il rettilineo prendo fiato, aumento il ritmo e faccio diversi sorpassi…. sorpasso runners che, in precedenza, mi avevano superato in salita… Nei tratti veloci dò il meglio… un bene per le “garette della domenica”… un male per le Ultra tra i boschi e tra i monti…..
… ultima salita… inizia a farsi buio…. ma la torcia a led rimane nello zainetto: ormai manca poco a Vicenza…. anche questa è andata….
Una discesa lungo una scalinata, che porta dritta in città, è la cigliegina sulla torta… le gambe sono belle che affaticate, corricchio comunque, saltellando, per quanto possibile da uno scalino all’altro… Vicenza! Quasi all’arrivo…. che pensavo fosse lì della partenza, in Piazza dei Signori... invece è spostato in Campo Marzio (sarà stato sicuramente scritto da qualche parte, ma figuriamoci se ho letto.. il solito… ), alla fine del lungo viale alberato…..
…. al traguardo, al buio ormai, trovo i miei: abbraccio dalla mamma…. raro momento di unione familiare adeguatamente commentato dallo speaker…. ok, basta che se no mi commuovo…
Sono arrivato 82esimo su 265 runners, con un tempo di 8h e 37 minuti….e io che pensavo di chiuderla prima delle 8 ore…. il solito ottimista!
… 65 km duri… che sento sulle gambe… ma se penso all’altro anno, dove la prima “lunga” era la TCE di 42 km sui colli Euganei… beh, diciamo che quest’anno sta andando bene…
.. e mi chiedo quanto bene sia andato Enrico….
… con il bus-navetta torno all’Ostello… Enrico è sulla porta, fresco come una rosa…. ed è arrivato decimo… 7 ore di gara per 65 km…. grande Enrico!
…. finalmente in macchina, rigorosamente “sdraiato” (per quel che il mio 1.90 consente) sul sedile posteriore…. lascio a mio papà l’incombenza di guidare, io recupero, tra campi vari, il sonno perso….
….. ma torniamo per un attimo alla Mezza di Sezana.… dopo i primi km, a ritmo lentissimo, inizio un lento recupero…. le gambe reggono e i sali e scendi passano più veloci del previsto…. lo ammetto: mi diverto come un matto a superare…. questa di oggi è una gara “strana”, che prendo con uno spirito diverso dal solito…. le gambe vanno meglio del previsto (..tocchiamo ferro..) e io cerco di assecondarle…..
…se il primo km l’ho fatto in 5:38 il decimo lo chiudo in 4:08…. il sedicesimo in 3:56…. il ventesimo in 4:02…. altro che costanza!
….rimpiango diverse volte di non essere partito più avanti, per chiudere sotto l’ora e mezza…. chiudo i 1:33:07 con un realtime di 1:31 esatti… uff….!!! 217 su 1561…
…. il “borsone da gara” delle Linee Vertikali è bello che pronto in soggiorno: integratori, frutta secca, zaino, borraccia, fischietto, telo termico, torcia a led e ricambi vari costituiscono l’indispensabile per la gara di domani, l’ULTRABERICUS, 60 e passa km su e giù per i Monti Berici.
I Monti Berici: chissà come sono sti Monti Berici… lo scopriremo domani… dopo che Enrico sarà passato a prendermi alle 4.30, dopo aver fatto l’autostrada fino a Vicenza, dopo essere partiti, assieme agli altri 500 e passa runners, dalla linea di partenza alle 10 di mattina. Chissà come andrà.
Nelle ultime settimane, dopo i 61 km della bella avventura alla Verteneglio Adventure Treck, ho fatto pochi, pochissimi allenamenti (causa bora prima, poi pioggia, poi impegni lavorativi… sempre una scusa! da vergognarsi! )… la Mezza Maratona di Gorizia di due settimane fa è stata una mezza-delusione, praticamente lo stesso tempo dell’altro anno… e la stessa posizione… 1h 24 minuti e qualcosa…. il non-miglioramento mi innervosisce un pò… ma forse, il giorno prima, era il caso di non fare “giardinaggio in campagnetta”, cioè tagliar tronchi, vangare il duro terreno argilloso…..
…. dopo Gorizia, con il suo nervoso percorso, una settimana con un solo allenamento…. ripetute nella triste cornice della zona industriale di Trieste…. poi una bella gara, la prima del Coppa Trieste, sul nuovo sentiero Gemina…. bellissimo percorso! bella giornata di sole, bella gente… e un percorso sterrato con vari sali e scendi…. il mio terreno ideale…. taglio il traguardo conscio di aver fatto un tempo decente, 29 minuti e 14 secondi…. al pomeriggio, un inaspettato sms della Valentina, mi comunica che mi sono piazzato secondo di categoria su 27 MM35… 22esimo su 324 partecipanti…. Dopo l’sms zappo la campagna con più allegria! E’ il mio primo piazzamento decente in Coppa Trieste, ma sono conscio che, oltre al percorso confacente le mie “caratteristiche”, mancavano diversi personaggi vari…. insomma, sarà ancora tutto da vedere…. … ma intanto meglio andare a nanna, che domani Enrico passa alle 4.30……. la parte più dura della giornata non sarà la gara, ma alzarsi! Notte! PS: Qui il racconto della Valentina sul Gemina e QUI su Gorizia…. son troppo pigro per scrivere!
Verteneglio Adventure Treck: devo ringraziare l’amico Paolo B. (http://www.spiritotrail.it/forum/viewtopic.php?f=3&t=1471) che, con una mail, mi ha informato sull’esistenza di questa bella gara fuori dagli schemi (almeno per me e per buona parte dei runners che ho modo di conoscere) : una ultratrail, di circa 55km, di orientamento nell’amata Istria, con partenza a Verteneglio, piccolo paese situato nei pressi di Buie.
In azzurro, il percorso della Verteneglio Adventure Treck
Un percorso che passa per Verteneglio, Grisignana, Portole, Piemonte d’Istria (…dove è nato il mio nonno materno, Nello, ancora quando tutte queste zone facevano parte dell’Italia, per poi finire a Pirano e poi a Trieste, come esule, con mia nonna e mia mamma… ma il passato è passato..)….
La partenza a Verteneglio
Un percorso che attraversa sentieri nascosti, a volte poco o per nulla corribili…. a volte comodi, come la bella Parenzana , la vecchia e dismessa ferrovia che fino al 1935 collegava Trieste con Buie e Parenzo, ora pista ciclabile….
Una “Ultra di Orientamento” : mi spiego meglio: oltre alla fatica di correre per correre lungo sentieri, boschi, prati, guadi, campagne…. bisogna passare anche per dei punti prestabiliti i CP (Control Point) messi a volte in posizioni evidenti, altre volte più nascosti….
Ovviamente il percorso da fare non è segnato, ma a “discrezione” del runner: si può raggiungere quindi un CP per la strada più comoda, ma più lunga, o tagliare diritti su per un monte, tra rovi e alberi vari….
A ogni CP si punzona il proprio cartellino o si comunica il passaggio alla persona dell’organizzazione.
Alla partenza si viene forniti di una mappa dettagliata della zona e una descrizione della posizione dei CP (“dietro la cascata” , “tra i due mulini abbandonati”…) : il percorso della gara rimane sconosciuto fino al giorno prima, tanto per rendere le cose più interessanti…..
Alle 7.15 di mattina sono già in quel di Koper (Capodistria) e alle 8.00 , dopo aver passato il confine con la Croazia mi trovo a Verteneglio, al banchetto delle iscrizioni, per pagare e ritirare maglietta e mappa del percorso.
Qui ho il piacere di conoscere Francesco, conosciuto qualche settimana prima virtualmente su Facebook: Francesco, con il suo bel fuoristrada, farà da supporter durante la gara, fornendo assistenza ai runner in difficoltà (e in una gara come questa non è difficile prendersi qualche botta… ) e facendo da CP.
Ma l’attività di Francesco (http://www.noleggio4x4.com/)va ben oltre ai territori dell’Istria: organizza viaggi in fuoristrada in Tunisia e in altri paesi africani, oltre che viaggi in Croazia, Bosnia Erzegovina….
Foto by Francesco, www.noleggio4x4.com
Sono l’unico italiano in gara: per fortuna la ragazza dell’organizzazione parla l’italiano (e anche alcuni concorrenti, con cui avrò il piacere di scambiare qualche battuta) senza troppi problemi (sto già studiando lo sloveno… un giorno arriverò al croato… ) e alle 9.00, puntuali, si parte.
La sera prima mi son studiato il percorso con Google Earth: un grande aiuto, ma una cosa è vedere immagini satellitari, un altra cosa correre tra rovi, pungitopo e arbusti vari, che iniziano subito, già nei primi km, a tagliuzzarmi le gambe…. corro in pantaloncini corti (credo l’unico con questa configurazione, adesso ho capito il perchè…) e ogni ramo è un imprecazione…..
Verso il CP1, dopo Verteneglio
Al CP1 si arriva dopo aver percorso un paio di km lungo i margini di un torrente: chiamare sentiero il tratto percorso è eccessivo…. diciamo che c’era una traccia di percorso, che poteva esser stata lasciata da qualche cinghiale la sera prima… si procede nel fango, scivolando in diversi tratti.. mi diverto come un matto…
… manca poco al CP1…
Passo il CP1…. e qua si pone una scelta: raggiungere il CP2 (“Punta”) facendo il giro più lungo, ma su un comodo sentiero, o tagliare diritti, arrampicandosi su per il monte?
Scelgo, con un altro gruppetto di runner, la prima opzione: diritti verso su, tra rovi e pungitopi…. e io sempre più felice di esser qua a dissanguarmi…. strana razza, la mia… ma qua sono in buona compagnia!
La fine della salita dal CP1 verso Punta, CP2
Si arriva in cima: un paio di foto con il cellulare e si prosegue…. cerco di distaccare il gruppo, che poi mi riprende al CP3, nascosto tra gli alberi nei pressi di un ruscelletto, che raggiungiamo per un non-sentiero sotto i cavi dell’alta tensione che, nel nostro caso, fanno da utile e indispensabile riferimento….
Si sale per giungere a Sv. Ivan, per poi ridiscendere per una comoda strada (..finalmente… le gambe ringraziano)… ad un bivio mi separo dal gruppo, convinto di prendere la strada più comoda: errore fatale, mi incasinerò alla grande… finendo tutta da un’altra parte e perdendo un sacco di tempo…. ritorno sui miei passi, torno all’incrocio dove mi son separato dagli altri runner e trovo il CP3, nascosto nei pressi di una bella cascatella.. che trovo grazie all’udito….
Arrivati a Sv. Ivan : poi, purtroppo, perderò il gruppo sbagliando strada..
La vista si apre verso la bella Grisignana (Groznjan), cittadina d’arte e di artisti: non l’ho mai vista, la raggiungerò correndo….
Dalla cascatella non c’è un sentiero che porta verso su, verso Grisignana: si va a fantasia, per campi coltivati, terrazzamenti in disuso, oliveti…. guardando poi la traccia GPS mi accorgo che potevo tagliare parecchio, ma facile ragionare adesso, comodo davanti ad un monitor…
Bella Grisignana, da tornarci, con più calma….. Bevo un pò di integratore al CP4 e proseguo… sono in compagnia di altri 4 runner, e scambio un paio di battute in italiano. In Croazia c’è un vero e proprio trofeo di queste gare di orientamento e di “gare avventura”, in cui, oltre la corsa, c’è la MTB, il Kayak…. interessante, no?
Grisignana
Da Grisignana arriviamo sulla Parenzana, che lasciamo per raggiungere il CP a San Giorgio (Sv. Juraj ), dove trovo Francesco con il suo Defender: un paio di foto e via… per il sentiero sbagliato…. e mi trascino dietro altri 4 runner… facciamo un bel pezzo per una comoda discesa… poi ci accorgiamo di aver sbagliato completamente strada…. imprecazioni in varie lingue.…. si torna indietro…
Arriviamo a Piemonte d’Istria (Zavrsje), dove troviamo un altro CP. Piemonte è un piccolo gioiello nascosto tra le alture circostanti. Anche qua, da tornarci, senza fretta.
Piemonte d’Istria
Prossima destinazione: Portole, bene in vista in cima al suo monticello….. Corro insieme al gruppetto di runner trovati a Grisignana, per poi perderli al CP, situato poco distante le rovine di due mulini ad acqua, nei pressi di una cascatella…. non trovo il modo di attraversare il torrente, per raggiungere il CP, e perdo il gruppo… mi chiedo ancora dove diavolo hanno attraversato!
Verso Portole
Il CP vicino ai due mulini sotto Piemonte d’Istria
Salita fino a Portole, cammino: è ancora lunga, inutile sfiancarsi. A Portole realizzo di essere veramente a fondo classifica…. la ragazza al CP, in italiano, mi comunica che sono ventiseiesimo su una 30 di concorrenti…. minchia, sbagliare strada le due volte precendenti mi ha fatto perdere un sacco di tempo… un peccato, perchè, tutto sommato, le gambe fanno il loro dovere…. ma del resto è una gara di orientamento…. che non è il mio forte! ma sto imparando, alle COOP non mi perdo più tra i vari banchi, veramente! E senza GPS!
Portole
… ricomincio a correre, un pò di asfalto, poi campi…. non trovo un CP (diciamo che le traduzioni in italiano dei vari CP a volte non aiutavano tantissimo… ma forse questa è solo una scusa…): chiedo aiuto ad un croato a Sv.Ivan (che parla senza problemi in italiano, mi sento ignorante, veramente), mi indirizza verso la retta via… trovo il CP e proseguo.
Il CP seguente mi farà perdere una marea di tempo ed energie: raggiungo facilmente la zona in cui si trova, passando, a “fantasia”, per campi e prati. In mezzo alla piatta distesa si trova qualcosa di veramente particolare, una sorta di enorme depressione, grande come un campo da calcio e profonda un centinaio di metri, con una coppia di avvoltoi che svolazzano. Giuro, per me erano avvoltoi. E la cosa non mi rassicura.
Sentiero “fantasia”
“Il CP si trova sul margine meridionale del dirupo”. Cerco sto benedetto CP lungo il margine, ma niente da fare, perdo una buona mezzora. Sono ostinato, ma non basta, il CP non lo trovo. Rinuncio, incomincia a far tardi e non vorrei tornare al buio (torcia e coperta termica obbligatoria….).
Trovo due runner: la runner, che parla un buon italiano, mi dice che il CP si trova dentro la depressione…. mi spiega dove cercarlo, torno indietro, scendo giù per il ripido pendio (con gli avvoltoi che svolazzano… mi sa che aspettavano la cena….), ma niente da fare, quel cacchio di CP non lo trovo mica. Rinuncio. Di nuovo….
Arte astratta? No, runner sfigà…
La strada verso il prossimo CP, situato “dietro alla cascata Butori” è lunga, ma comoda. Bella la cascata…. il più bel CP di tutti. Foto. Si prosegue.
Il CP dietro la cascata Butori. Fantastico.
Mi chiedo diverse volte com’è orientarsi di notte: è una esperienza che non ho voglia di fare, non oggi almeno….. il sole incomincia a scendere… e se sbaglio strada ancora… casin! casin sazio! Meglio stare attenti, pensare di più e controllare la cartina spesso….
La fatica inizia a sentirsi, corricchio, cammino…. e ricomincio a correre. Punzono nel CP nei pressi di una lugarnica , proseguo per sentieri vari passando per la piccola e solitaria chiesetta di Sv. Ivan…. verso Triban, Tribano, dove il CP si troverà sulle macerie della vecchia stazione ferroviaria della Parenzana.
Sv. Ivan
Dopo il CP raggiungo la strada: qui si incrocio due ragazzi dell’organizzazione, che mi chiedono se mi sono perso… e se va tutto ok. “Dobro!”.. e proseguo.
Ora rimane solo un CP prima dell’arrivo a Verteneglio….. la luce si fa più tenue, il sole sempre più a Ovest…
Fear of the dark… meio moverse!
Dopo un breve tratto di asfalto, si inizia a scendere verso una valletta: le tracce sul fango indicano il passaggio degli altri runners… agli incroci si vede che qualcuno è andato a destra, qualcun altro a sinistra…. ho fortuna, trovo il passaggio segnato che attraversa il torrentino…. sono nel posto giusto…. sempre più buio, si sale…. arrivo all’ultimo CP, situato sulla cima di una collinetta al tramonto, appeso ad un albero. Foto.
Ultimo CP. Quasi finita.
Ora non rimane che tornare a Verteneglio… che si vede, anzi, che si vedeva…. visto che il giorno ormai è finito.
Metto la torcia a led… e scendo, tra i campi e i filari delle vigne.
Luce LED
Il fango rallenta, le scarpe pesano come macigni. Verteneglio è sempre più vicina… raggiungo la strada…. arrivo finalmente in paese.
Dei runner seduti comodi a mangiare mi incoraggiano.
Arrivo al traguardo…. non c’è nessuno…. cioè, sono tutti dentro, nel locale dove si mangia…. Entro: applausi…. mi chiedo perchè… mmm… spero di non essere l’ultimo! Vabbè, ringrazio…. in fondo me li merito, no? Sono tornato senza troppi danni all’arrivo…
Primo degli italiani (..concedetemelo, visto che ero l’unico italiano…) e quasi ultimo tra i croati….. ma va bene così, atleti forti (…ovvio, visto che sono arrivati prima di me… ) e gara difficile……
…. non vedo l’ora di fare una bella e rilassante maratona con i ristori ogni 5km……. e la strada ben segnata!
Un grazie all’organizzazione di Trickeri ! Alla prossima!
E’ passato un pò di tempo dalla Lanaro Gran Fondo, ma leggere e condividere i racconti degli altri runners che hanno partecipato a questa gara di 30km (dal sentiero della vecchia ferrovia fino alla cima del monte Lanaro) fa sempre piacere.
La giornata non si presentava bene. Umido e nebbia.
Dopo una settimana che non correvo per far riposare il ginocchio avevo molti dubbi sul fatto di finire la gara. L’allenamento mancante o il ripresentarsi del dolore potevano essere entrambi ragioni per un eventuale ritiro. 32 km con rampe micidiali non sono uno scherzo.
Per ogni evenienza mi ero preparato due borse con i ricambi, una da consegnare alla partenza e che avrei ritrovato alla fine della gara e una da tenere in macchina per l’altra eventualità.
C’era poi il problema del bere: non riesco a stare come gli altri Calzini senza bere per quasi tutto il percorso. Un ristoro era previsto appena a Fernetti dopo più di 15 km dal via. Troppo poco. Dovevo arrangiarmi. Il kamel-back mi sembrava eccessivo, considerando che oltre al ristoro ufficiale, a Monrupino avremmo trovato Marzia con un altro piccolo rifornimento. In altre gare avevo visto che qualcuno si portava la borraccia d’acqua a mano. Ho optato per questa soluzione che si è rivelata azzeccata.
A differenza della Maratona e del Sentiero “3”, questa gara non la “sentivo” tanto. Infatti questa notte ho dormito benissimo e la mattina non ero per niente agitato. Per Piero invece è stato il contrario: mi ha raccontato che si è svegliato durante la notte proprio per l’ansia della gara.
Arriviamo al parcheggio di S. Giuseppe che il cielo si sta aprendo. Si intravede un po’ d’azzurro che fa sperare in bene. I Calzini che partecipano alla gara sono già lì. Marco si sta cambiando e Piero coach è già in piena attività. Ci sono anche Fulvio e Alessandro. Non vedo Davide e Sergio.
Maurizio
300 metri di camminata per arrivare alla partenza. Piero è sicuramente più in forma di me, è al livello dei Calzini…
- Ciò Piero, ara che per la gara…
- No, no, no, cocolo, ti te vien con mi! No te fa el mona!
- Ara che volevo dirte proprio el contrario! Mi resterò sicuramente indrio! Va pur!
- Ara: andemo a 6! Pian! In poco più de tre ore ghe semo!
- Si, ma… bon, bon, va ben!
Sulla linea di partenza lo speaker richiama tutti i corridori per il via. Nell’attesa cerca di intrattenerli con una breve storia della gara, tutti ascoltano molto interessati, dà anche un numero di emergenza per qualsiasi eventualità che tutti puntualmente si annotano con le penne che ognuno si porta in gara.
Inizia la corsa.
Siamo già tra gli ultimi. Dietro a noi solo poche persone.
Sono i primi passi di corsa che faccio da domenica. In quell’occasione sono riuscito a correre solo 15 minuti e poi ho dovuto fermarmi. Il ginocchio aveva cominciato a farmi veramente male. Per il momento regge.
Speriamo.
I primi km sulla pista ciclabile sono fatti in allegria. Il gruppone si è già spaccato in due: i più veloci hanno già preso il largo e noi siamo rimasti con quelli dietro, tra i due gruppi solo pochi corridori isolati o a coppie.
Da un gruppetto dietro di noi qualcuno richiama un loro amico a gran voce:
- Ciò! Do’ te va? Rallenta de’, ara che dopo gavemo merenda! Capuzzi con luganighe!
Io e Piero ci guardiamo:
- Ciò, Maury, stemo con lori! Almeno se divertimo e magnemo!
- Si, ma xè passà solo un km! Noi de solito comincemo a parlar de magnar almeno dopo 20!
Ancora avanti e intanto qualcuno lo superiamo.
- Piero, quanta strada gavemo zà fatto?
- 2 km.
- Ah bon, ancora solo 30…
Raggiungiamo un gruppo di ragazze che stanno amabilmente discorrendo del più e del meno, superiamo e salutiamo, nel gruppetto c’è anche una mora con fuseaux neri e maglia bianca.
Prima di lasciare la ciclabile per la salita che porta a Pese il gruppo non c’è più, si è molto dilatato e adesso la distanza tra i corridori è più accentuata.
La salita la affrontiamo con tutta calma, in gran parte camminando e anche lì riusciamo a superare qualcuno mentre Piero scambia amabilmente qualche battuta con gli altri podisti suscitando sempre simpatia.
Prime sorsate dalla borraccia.
Si, poteva sembrare un ingombro la borraccia a mano ma già dopo i primi passi non ci si fa più caso e poi, poter bere senza dover aspettare il ristoro…
Pese: primo attraversamento stradale con tanto di vigili che bloccano il traffico (lo faranno su tutti gli attraversamenti). Ci sono anche diverse persone con tè e acqua che fanno assistenza per qualche corridore.
Non c’è più nebbia, oramai splende il sole, è diventata una bellissima giornata.
Base del Concusso, Osservatorio, fino alla provinciale che porta al valico di Lipizza è quasi tutta discesa! Anche in questo tratto e quello dopo, nel circuito di Basovizza riusciamo a superare qualcuno, è passata un’ora e abbiamo fatto 10 km. Come da programma, e il ginocchio regge.
A Basovizza ci superano le prime biciclette: si sente un rumore alle spalle e qualcuno che grida:
- OCIOOOO! A SINISTRAAAA!!!!
Non fai nemmeno in tempo a voltarti che questi ti passano a tutta velocità sfiorandoti!
- GRAZIE MULI!
Beh, almeno ringraziano… ma questi erano i primi, i più forti, molti ciclisti poi ci superano lungo tutta la strada ma sono molto più “umani”, qualcuno addirittura dopo averci superato si trova in difficoltà su qualche salita o su qualche passaggio particolarmente difficile e ci fa passare di nuovo.
Salita al Monte dei Pini, qui incontro le prime difficoltà, le salite le sento sempre e Piero mi distanzia. Lo riprendo poi lungo la discesa.
15 km, un’ora e mezza. Bene.
La discesa dopo Monte Franco e prima dell’Abisso di Trebiciano la facciamo “in piena” superando diversi podisti e anche molti ciclisti, spreco molta energia… e sulla strada dell’oleodotto sono veramente stanco.
Mi viene da pensare (anzi, penso) di fermarmi e cominciare a camminare, dire a Piero di andare pure per poter fermare la gambe un po’… Piero è già più avanti e chiama:
-MAURYYYY! ’NDEMO! VIEN QUA!
Ok. Cos’è che mi raccontava Fabrizio? Durante la sua prima Maratona ha sentito le gambe che cominciavano a irrigidirsi. L’ha detto al suo allenatore che lo stava seguendo.
- VOL DIR CHE TE VA TROPPO PIAN! BUTTA IN AVANTI EL CORPO E FA PASSI PIU’ LUNGHI!
Provo. Va meglio. Grazie Fabri. Devo concentrarmi. Obbiettivo: arrivare correndo e senza fermarmi mai al ristoro di Fernetti che dovrebbe essere oramai vicino. Se ce la faccio allora finisco la corsa di sicuro. Piccoli trucchi mentali per automotivarsi. E al ristoro ci arriviamo correndo e assieme! Sento le gambe che cominciano a fare male e una gran sete. Prendo almeno quattro bicchieri d’acqua e due di tè. Qualche pezzo di banana e mela. L’acqua della borraccia è quasi finita. I km finora sono 19 in quasi due ore di corsa.
Abbiamo ancora circa 5 km di strada abbastanza semplice prima di affrontare il pezzo più duro. 4 km di bosco su strada bella larga con vari saliscendi prima di arrivare all’asfalto che porta da “Furlan”, un tratto dove riusciamo a superare altri podisti, un kilometro e mezzo di salita sempre più ripida fino ad arrivare all’agognato ristoro di Marzia che ci accoglie premurosa e sorridente! Tè, acqua, ancora tè ed intanto quelli che avevamo superato sull’asfalto ci superano di nuovo. Inutile il tentativo di Piero di fermarli offrendo loro un po’ di tè…
- No grazie, go!
- Un poca de acqua alora!
- No, no grazie!
E via senza fermarsi!
Piero allora si informa con Marzia:
- I Calzini xè passadi de tanto tempo?
- Si, xè passadi ma no de tanto, el primo iera Marco..
- E Vidotto? De quanto tempo xè passà Vidotto?
- Mah… sarà 10 minuti, no de più!
- Bon, dai Maury che lo ciapemo!
Piero scalpita ma io sono troppo stanco.
Abbiamo già 25 km nelle gambe con due ore e venti di corsa. Se voglio arrivare in cima devo dosare bene le forze. Lascio borraccia, guanti e berretto a Marzia, riprendiamo a correre ma Piero mi distanzia subito. Non riesco a raggiungerlo come prima e non voglio trattenerlo:
- PIEROOOOO! VAAAA! DAGHEEEE!
- DAI MAURY! VIEN!
- VA PIERO, VA! NO FERMARTE! SE VEDEMO IN CIMA!
Oramai non c’è possibilità di ritiro.
Arrivato qui arriverò anche in cima. Piero mi ha dato un grosso aiuto fino adesso: inutile trattenerlo.
E così sono solo.
L’ultimo tratto, quello più difficile lo affronto in “solitaria”. Riesco ancora a superare quelli che non si erano fermati da “Furlan” per il resto della strada non incontro altri podisti, solo ciclisti, la gran parte dei quali affrontano la salita a piedi con la bici a mano.
Riesco a superarli tutti, corricchiando lentamente, sono pochi i tratti che sono costretto a camminare anch’io. Sull’ultima discesa prima della rampa finale, acquisto velocità, le gambe vanno quasi da sole, è difficile mantenere il controllo. Devo continuare a stare concentrato. Dalla cima arrivano la voce dello speaker e le grida dei supporter mentre si incomincia a incontrare gente che scende verso Sagrado.
Oramai manca veramente poco! Incontro Davide che scende:
- DAI CHE MANCA POCO! UN KM E MEZZO!
In realtà sarà molto meno ma di una durezza pazzesca!
All’inizio dell’ultima rampa, mentre sto arrancando, la ragazza mora che avevo superato all’inizio, quella con i fuseaux neri e la maglia bianca mi passa!
No!
Era dietro di me e non me ne sono accorto!
Mi sento tutto legato, non riesco ad andar più veloce, vengo superato proprio vicino alla fine! Lei ha finito la rampa, è quasi arrivata, a me mancano ancora cinque metri di salita! In quel momento, tra la gente che sta scendendo incrocio Alessandro e Marco:
- VAI MAURY! BRAVO! FORZAAAA!
E’ come una sferzata di energia! Le ultime forze si concentrano nelle gambe e dopo i cinque metri di salita esplodo nello sprint finale! In quei venti metri di piano che precedono l’arrivo riesco a superarla di nuovo e a tagliare il traguardo per primo mentre sento il tifo dei suoi amici che la incitano e lo speaker che annuncia i nostri nomi!
Passato il traguardo mi giro per complimentarmi con lei e per ringraziarla del “traino” ma, stravolto, non riesco a dire neanche una parola, alzo la mano e con un sorriso di entrambi che basta più di qualsiasi parola, ci scambiamo il “cinque”.
Anche questa è fatta!
Posso fermarmi, camminare e finalmente rilassarmi! C’è confusione in cima: è pieno di gente, biciclette, un vociare continuo e lo speaker che non smette di parlare.
Il panorama è bellissimo e a 360° , il Carso è inondato di sole e la vista spazia per kilometri mentre la città è ancora sommersa da un mare di nebbia ma tutta questa bellezza non riesco a godermela, ho FAME! Prima ancora di cambiarmi vado a fare razzia di mandarini, tè e biscotti e a DIVORARE il panino con il salame offerto dall’organizzazione accompagnato da una buonissima BIRRA!
ALLE PROSSIME CORSE!
Maurizio Zaccaria
P.S. Tempo finale: 3h 12’. Piero xè rivà sette minuti prima…
Pubblico l’articolo di Alessandro sulla sua Lanaro Gran Fondo. QUI il mio articolo e QUI l’articolo della Valentina…. buone letture!
————–
Dal terrazzo solo nebbia…alberi e nebbia…a malapena si vede la casa di fronte…il mare invece è un premio che non posso riscuotere…
Domenica 16 gennaio ore 7.20, non una domenica qualsiasi oggi. Cosa spinga un bipede a levarsi dal letto la domenica con un tempo da lupi per andar a correre 32 km in Carso non è dato a sapere…l’altra metà della famiglia dorme mentre io mi sparo fette biscottate, miele, biscotti e caffelatte, papà Marcello è stato invitato come taxista già il giorno prima; l’appuntamento con lui è alle 8, passerà a prendermi…tanto so già che arriva prima…DRRRRIIIIINNNNN….ore 7.45…
- Disturbooo ?? Bongioooorno! -
- Ma no no..la vegni….Ali xè in bagno..la bevi un caffè? – risponde la Fù facendo leva su tutte le sue forze messe assieme nonostante il risveglio non proprio dolce
Intanto io mi vesto, sono tranquillissimo e mi sento bene…ok pronti via…destinazione Moccò..muso della macchina su per via Bonomea ed il cielo che comincia a prender forma, deviando dal bianco latte al celestino ad uno straordinario azzurro. Embè, mica male! La giornata prevede una costante presenza a queste altitudini per buona parte della giornata, per cui tutto di guadagnato.
Papà mi lascia sulla strada che scende verso Bagnoli, già ingombra di macchine, runner, bikers..l’appuntamento con lui è a Pese, lì della chiesa…ha il compito d’aspettare il mio passaggio per un primo rifornimento d’acqua.
Percorro le poche centinaia di metri che mi separano dalla partenza senza pensare a quello che sto per fare; a tutt’oggi di chilometri tutti d’un fiato ne ho fatti al massimo 24…ora ne sommo ulteriori 8, con l‘handicap del dislivello come valore aggiunto..mah…
Siamo in 120, tutti numerati, tutti gasatissimi…ci sono Fulvio, Davide, Vale, Giorgio (ed i suoi 65 anni…!) Stefano, Marcello, Sandra, Enrico, Dario…chi corricchia per scaldare i muscoli, chi chiacchera, chi fa streching…pochi minuti al via.
Ripeto in continuazione il mio mantra “..parti pian…parti pian..Ale parti pian…parti pian…” …sto benissimo, le gambe non vedono l’ora di iniziare a portarmi…“parti pian…parti pian…”…lo speaker chiama gli ultimi 10 secondi che vengono scanditi da tutti quasi come rito liberatorio 9…8…7……..4..3..…”parti pian…parti pian…” 2…1..…VIAAAAAAAAA !!
Il GPS inzia a fare il suo lavoro…5.50 al km, ecco DEVO stare così per i prossimi 5 km, almeno fino a Pese….non ho fatto praticamente riscaldamento per cui userò i primi chilometri della gara per farlo..5.30…5.20 – rallenta Aleee – mi dico…5.00….4.50…il mantra è andato a farsi benedire…sto benissimo le gambe vanno che è un piacere…ma so già che mi farò del male…al 3° km Andrea mi scatta una foto…sorrido, allargo le braccia e mi avanza il fiato per scambiare qualche battuta con lui prima di proseguire…vabbè…
Sono alla fine della ciclabile, prima salita(ona) verso Pese….molti camminano, io do benzina ai muscoli e corricchio, saltellando tra fango, radici sporgenti, pietre sparse qua e là…a Pese c’è papà Marcello con la seconda bottiglia d’acqua. Dicono sia una delle peggiori salite della gara, l’ho superata senza tanti drammi…ma siamo appena all’inizio, faccio finta di niente e provo a non pensarci…
Ecco papà !
-dai che te son ultimo..!
- ..ecchecà…?@#!!….-
-dai dai forza…-
prendo la bottiglia, datami da papà con tutto il sacchetto di nylon (!!)
-papà…papààààà….ciol el sacchetto…papàààààà el sachetoooo….-
-cossa??…ah si si…ciao…ciao…se vedemo…ciao…-
Lo saluto e scappo via verso Basovizza con la bottiglia d’acqua che però abbandono dopo alcune centinaia di metri perchè disturba parecchio tenuta in mano (mi servirà da lezione per le prossime…)…ancora un po’ di salita sotto il Cocusso e poi la discesa verso l’osservatorio astronomico, fino al bosco Igouza, quello degli anelli di 3 e 5 km tanto cari ai runner.Da adesso in poi ho davanti più o meno una mezza maratona…inizio ad essere un po’ (?) preoccupato…sono ampiamente sotto l’ora dopo 10 km…e per questo NON va decisamente bene.Inizio a pensare, forse troppo, ai 21 e passa km che mi separano dall’arrivo…alle salite sul Lanaro…ma intanto corro. I primi bikers mi superano nel bosco, da adesso in poi l’onda sulle due ruote sarà una costante.
Assieme ad un altro runner (scoprirò poi che si chiama come me…) passiamo Gropada lasciando sulla sinistra il monte Gaia, ad un piccolo ristoro improvvisato butto giù un po’ di tè, fingo sia il carburante per il monte dei Pini proprio là dietro che con i suoi 476 metri mette a dura prova non solo noi muniti di sole scarpe ma anche chi pedala.La discesa verso Trebiciano è un carnevale di runner, bikers,ancora runner e bikers che ti arrivano da destra e sinistra…è bellissimo la sportività e la complicità che si forma in quei momenti. Nei “single track” mi fermo spesso per lasciarli passare….loro prendono metri, io fiato.
-biciiii…te passo a sinistraaa!-
-biciiiiiii…te passo alla tua destraaaaa…grazieeeeee….!!-
Lascio il confine di Orlek alla destra proprio qui mi supera Andrea in bici
-Sandroooooo !!! -
-ciao mulòn, se vedemo su !!!-
-Siiii !!-
Pedala che è un piacere e lo vedo sparire nelle curve più avanti… ma mi tornerà utile più in là..
Nei boschi dietro Trebiciano il GPS mi da una media di 5.35….
All’altezza dell’oleodotto Paolo della Vulkan ad uno dei tanti incroci ottimamente pattugliati dai ragazzi
-Grande Sandron…tropa roba…dai dai dai…-
-come xè muloooo???-
-ben con mi..con ti anche me par..graaaande…vai vai!!.
20° km circa, ristoro di Fernetti proprio sotto il cavalcavia dell’autostrada mi FERMO per bere un bel bicchiere di tè caldo (mona…mona…mona..) , trovando pure il tempo di scherzare con Pino della Bavisela che mi scatta una foto…
-voltiteeee…cossa te vol che te fotografo el cul…voltiteeee-
-ara che se mejo un bel cul che una bruta facia Pino…cin cin !!!-
-va pian Sandro, ara che la xè ancora lunga…-
-si si so grazie…ciao Pino !-
Riparto, credo dopo una sosta di 50-60 secondi…non l’avessi mai fatto..le gambe s’irrigidiscono, memore dei consigli di chi ne sa più di me amplifico il movimento delle braccia e butto il corpo in avanti (devo essere terribilmente ridicolo…) , sforzo ma faccio una fatica bestia a superare il bellissimo falsopiano sotto il monte Orsario…mi fermo per far pipì…riparto con ancora più fatica.Arrivo sull’asfalto che fa da apripista alle ultime salite e mi porta fino a Zolla, Robi, collega Telecom ed uno dei “vecchi” della Vulkan mi stimola ed io rispondo mascherando bene (?) il mio stato
-’ndemo Sandròn, ale ‘ndemo..!!-
-Robiiiii….- ….non riesco a dire altro..
…inizio a sentire un fastidiosissimo dolore all’inguine sinistro, che poi prende tutta la fascia addominale…comincio a camminare e parecchi runners che avevo lasciato indietro sulla ciclabile prima di Draga, mi superano. Andrea (quella che mi ha scattato la prima foto…) mi affianca in bici (lui non fa la gara ma supporta i tanti che conosce lungo il percorso), mi sprona, ma non riesco a mettere assieme le forze…altri mi superano, ora devo fare i conti anche con una sgradevole situazione psicologica che ti prende quando vedi gli altri con tanta benzina e tu quasi ormai all’asciutto. Ormai la media fa farsi benedire, premo (me ne accorgerò alla fine) inavvertitamente il tasto stop del GPS, facendo terminare a lui la corsa qui…mi rendo conto che anche gli zuccheri iniziano a scarseggiare perchè guardo ripetutamente il display senza rendermi conto che l’ho messo accidentalmente in pausa…andiamo bene….
A Zolla, all’altezza del ristorante Furlan, c’è un po’ di gente, l’orgoglio vince e mi fa superare questa piccola folla corricchiando.Mi affianco a dei runner in difficoltà come me…scambiamo tre parole..loro ripartono invitandomi a seguirli..non c’è la faccio.Ora oltre all’inguine ed agli addominali, al malstare partecipa anche il polpaccio destro…se corro mi prendono i crampi…arriva Valentina, mi metto nella sua scia…per un po’ mantengo il ritmo poi cedo…
-ok ok…dai che ci vediamo su…dai che manca poco…daiiiii…
Rimango solo..corro e cammino…anzi cammino quasi sempre…il polpaccio non molla e diventa l’assoluto protagonista dei miei disturbi relegando inguine ed addominali a semplici comparse, il bosco del Lanaro m’inghiotte, le salite ormai non si contano…qualche bikers arranca spingendo a mano la bicicletta..
-ca…o che dura !- imprecano
-dai che semo rivai..tignì duro muloni che semo rivai…- ribatto io, forse più devastato di loro ma senza il fardello della bici da strascinare..
Ancora salite…ormai cammino veloce, la corsa non riesco più a metterla assieme…mi raggiunge ed affianca Dario…scambiamo quattro parole…è stremato come me e mi fa i complimenti.Mi fa tanto piacere e mi da un po’ di carica…anche lui riparte calpestando come non mai il mio io, annientandolo, se mai fosse possibile, nuovamente…mi invita a seguirlo…ormai i crampi si fanno sentire anche solo per il fatto di stare in piedi…ma sento la voce dello speaker che annuncia a gran voce gli arrivi!
-caaaaz…. son quasi rivà…!!-
Un tronco messo di traverso mi aiuta per un po’ di streching..devo “tirare” un po’ il polpaccio se no non riesco più a muovermi..una della Vulkan mi vede e mi aiuta…mi stendo, mi tira la gamba destra ed in qualche maniera mi rimette in piedi…lo ringrazio e riparto..
Ormai manca veramente poco…vedo il piazzale sotto la cima ed una testa riccia che mi viene incontro…è Fù !
-ragno è un casino..appena mi muovo il polpaccio si fa sentire…-
-daiiii su…piano piano…su daiiii..!!!
Cammino…Andrea “cognà” scende con la bici…”coccolissimo” mi inonda di complimenti…mi cede la borraccia…
-bravo…bravo..tien tien…tienla pur…te me la torni…bravo…vai vai…
-graz…- non riesco a dire altro…
Finisce l’ultima salita…papà sulla sinistra assieme a mamma Rosi…Fù che si stacca per le ultime foto…30 metri….riesco a metter assieme una simil corsa…20 metri…
-dai dai…xè finida..dai..- mi grida uno
10 metri…crampi, ancora crampi…chissenefrega…c’è troppa gente per fermarsi..mi torna in mente la figura di merda della mia prima mezza in piazza Unità, NON volgio che si ripeta … 7 metri ….5….1……ARRIVATO !!!
Premo il GPS per fermarlo…in realtà riparte…come detto in precedenza lui ha finito il suo lavoro al 25°…bahh..poco male…mi guarderò la classifica ufficiale domani…sono felice…rido…sono stanchissimo… c’è un sole splendido, attorno le Giulie con la neve…tantissima gente..tutto tutto molto bello !
Per la cronaca chiudo in 3h 22′ 55”, pensavo di farcela sotto le 3 ore…fa nulla…va benissimo anche così…
Pubblico l’avvincente racconto di Enrico Pollini sulla sua UTMB (Ultra Trail del Monte Bianco) del 2009, una delle UltraTrail più dure e più conosciute a livello mondiale, con 166 km con un dislivello di 9.555 m lungo il massiccio del Monte Bianco, passando per Francia, Italia e Svizzera.
Un avventura unica, che Enrico ha saputo raccontare trasmettendo, se possibile, le sue emozioni.
Nel 2010 la gara è stata prima annullata per mal tempo e poi fatta partire su un percorso ridotto : la tragedia del Gran Raid du Mercantour ( 3 morti, probabilemente per ipotermia) era ancora nell’aria (e rimarrà sempre, indelebile) ha fatto da triste esempio.
Enrico è il creatore/organizzatore della Ultrabericus, UltraTrail di 65km su e giù i monti Iberici, con partenza e arrivo da Vicenza.
UTMB – 2009
Chamonix, disteso sul letto per l’ultimo pisolo alle quattro del pomeriggio, sento che mi sto svuotando di pensieri, non è sonno profondo, ma solo un leggero riposo, più mentale che fisico.
Le cinque, consegno il sacco per Courma ed è come chiudere definitivamente la draglia di poppa e mollare gli ormeggi per una lunga traversata, mi avvio verso la partenza.
Le cinque e mezza, Triangle de l’Amitie, la piazza è già piena di atleti circondati da un folto pubblico, musica, striscioni, bandiere, lo speaker che annuncia, ringrazia, racconta, ricorda gli amici che dovevano esserci e invece non ci sono, le immagini del Colonnello, di Andrea Condotta e degli sfortunati del Mercantour scorrono sullo schermo.Sono rilassato, i timori della vigilia sono spariti, ho perso di vista gli amici nella folla, dopo un ultimo saluto, la testa è piacevolmente in nessun luogo, lo sguardo si perde tra le nuvole basse del pomeriggio, sono in mezzo alla folla ma sono solo.
Le sei e mezza, il rumore è sempre più forte, le ripetitive note di Vangelis ad altissimo volume, il pubblico urla il conto alla rovescia e via, la grande avventura è iniziata, a lento passo il serpentone si avvia tra due ali di folla.
L’incredibile partenza della UTMB 2009. Brividi.
Ci vogliono quasi dieci minuti per uscire fuori sulla strada, dove c’è spazio e si può finalmente correre i primi otto chilometri di leggera discesa, spingere un pochino qui dove non costa nulla per recuperare una partenza nelle retrovie e prendere un po’ di margine. Tanta gente lungo la strada, campanacci, bravò e bon courage ci seguiranno fino a notte inoltrata.
A Les Huches il primo ristoro liquido e la prima festa, musica e fumo di grigliate, da qui il primo millino in salita, ripido ma scorrevole su strada bianca, ritmo gagliardo, dosando un po’ ma dandocene adesso che ce n’è ancora da dare. Cielo umido e grigio nuvole, la luce del giorno che piano piano se ne va, ritmo sostenuto in salita, a recuperare posizioni su posizioni, sudore copioso e dopo l’ennesima curva un fugace squarcio nel cielo svela per pochi minuti un Monte Bianco tinto di rosa dall’ultimo sole che noi non vediamo già più.
Si scollina al Col de Voza, giù per piste da sci, le gambe fresche in una discesa sempre più veloce, cinque passi e il sesto gratis, volando in appoggio sui bastoni, difficilmente si ripeterà così più avanti. E a metà discesa è bosco, buio, frontale accesa, adesso in fila indiana sul sentiero polveroso, ma ancora a ritmo sostenuto, giù verso le luci di Saint Gervais, prima indistinte e lontane, poi sempre più vicine, rumore di grida e di applausi sempre più forte.
L’attraversamento del paese è una festa, un giro d’onore, stento a credere di meritare tanto calore e tanto incitamento, gente che ti chiama per nome, rispondo alzando un braccio, battendo un cinque o semplicemente con il sorriso più grande che posso, siamo solo al ventunesimo, spilucco qualcosa al volo dal sontuoso banchetto e via.
Di nuovo il buio, mulattiera in leggera salita, qualche tornante più ripido, occasionali spettatori, fila di concorrenti che comincia a sgranarsi, sento il contrasto tra l’essere tra migliaia di persone ed il sentirmi piacevolmente solo con il mio ritmo, con il mio respiro, la testa completamente sgombra da pensieri, lo scorrere del tempo che diventa relativo, la facile pendenza aiuta tutto questo.
Volano via così altri dieci chilometri, Les Contamines, di nuovo festa, rumore, folla, e fumo, in tono minore perché è già tardi ed il paese è più piccolo, ma comunque tanta roba. Un leggero fastidio ai piedi, segno premonitore di vesciche, rimedio subito con due cerotti preventivi prima e poi trangugio il primo di una lunga serie di brodi con la pastina, caldo e salato, un pezzettino di formaggio, del pane, un goccio di cocacola.
E via di nuovo, ancora in pendenza dolce, incrociando spettatori che rientrano dalle quote più alte, dove sono andati a far festa con la scusa di vedere passare i primi. Poi piano piano la mulattiera si fa più ripida, il ritmo si adegua, i primi tipici segnali di stanchezza nelle gambe, ma è poca cosa, la velocità è ancora buona, la spinta potente. Luce e fumo in lontananza, il serpentone che si è ricompattato sul ripido, e dietro una curva La Balme, ultima sosta prima del tiro finale al col du Bonhomme.
Fa freddo e cade anche qualche goccia di pioggia, vestirsi al volo, qualcosa da mangiucchiare godendosi il calore del fuoco per qualche minuto e avanti. Il passo adesso è decisamente più lento, il sentiero stretto e accidentato, ripido, si formano piccoli treni di concorrenti, su c’è nebbia e la fila di lucine, ben visibile a valle, si perde in alto nel nulla.
Ritmo, ritmo, ritmo, respiro, passi, bastoni, respiro, passi, bastoni, lo sguardo non va più in là dei pochi metri di portata della frontale, intorno c’è solo il nero della notte ed il grigio umido della nebbia, e niente che ti faccia capire quanto manca alla fine, il pensiero è solo tre passi più in là a studiare dove appoggiare i piedi e per il resto si perde in mille direzioni solo suggerite e mai completate.
Non c’è nulla da vedere, nulla da ascoltare, non si parla, siamo soli con la nostra bella fatica e con il piacere di sentire tutto il corpo pompare una tranquilla ma costante energia.
E finalmente qualche luce, alcune parole in francese, il sentiero che spiana e per un po’ prosegue a saliscendi, fino a quando qualcuno ti punta un lettore sul petto e registra il tuo passaggio, anche questa, che è la salita più lunga di tutta la corsa, è fatta e ci aspetta un bel millino in discesa. Il primo tratto è un po’ ostico, tecnico, bagnato, insidioso e anche la nebbia non aiuta, i primi qui si saranno buttati a rottadicollo, io trotterello guardingo, in sicurezza, fino a quando con un ultimo refolo di vento le luci della valle ed i neri profili delle montagne ricompaiono nitidi davanti.
E anche il sentiero spiana un po’, si allarga e scende ora con dolci tornanti verso Les Chapieux, la falcata si allunga, il passo si rilassa, la tensione cala, si scambia qualche parola. Nel cuore della notte il piccolo borgo è un concentrato pulsante di luci e di parole, dopo i silenzi e le nebbie una piccola folla, un fuoco, cibo caldo, pochi irriducibili spettatori che applaudono, qualcuno riceve assistenza personale.
Siamo al cinquantesimo, è la prima sosta vera, una ventina di minuti seduto, a mangiare minestra e pane con calma e a riposare un po’ le gambe, sforzandomi di aspettare fino a quando l’ansia del viaggio non ha il sopravvento. E allora chiudere velocemente le cose nello zaino, la zip della giacca a vento fino al collo, brividi di freddo fuori dal tendone, ancora qualche secondo con la schiena al fuoco, e avanti.
Cinque chilometri di asfalto in salita leggera, brevi tratti di corsa al trotto alternati a strappi di passo, sulla pendenza che preferisco, ancora con un’efficacia che un po’ mi sorprende, su su su, verso la Ville des Glaciers, ora spesso in grande solitudine, superando di buon ritmo altri solitari o sparuti gruppetti, fino a quando l’asfalto finisce e la mulattiera si inerpica con tornanti più ripidi verso il Col de la Seigne e il passo rallenta un po’.
La pendenza ha ricompattato la fila e mi ritrovo a seguire senza pensieri un paio di scarpe davanti a me, il ritmo è quello giusto, un qualcosina in più di quello che terrei da solo, i sorpassi al momento giusto, esattamente quando li avrei fatti io, l’affondo dopo aver aspettato un po’ dietro, questo triatleta svizzero, leggo sui suoi fuseaux, mi porterà su fino in cima .
Non una parola, siamo una macchina sola, che gira inesorabile, dimentica di tutto ciò che sta attorno, soprattutto adesso che siamo di nuovo immersi in una nebbia fredda e gocciolante portata da folate di vento sempre più forti, il segno che oramai ci siamo. Si scollina indovinando il luogo dalla memoria di alcune foto viste il giorno prima, grigio e nero tutt’intorno, scendere velocemente per sfuggire al freddo, ricominciare a trotterellare, a correre, a fare girare più tonde le gambe. All’inizio la discesa è uno sforzo più che un sollievo, ma poi piano piano il corpo fa suo il nuovo ritmo che ridiventa armonico, assecondando dolcemente la pendenza, le asperità, i sassi di questo tratto tutto sommato scorrevole.
E finalmente dopo aver perso un po’ di quota la nebbia si dirada, rivelando la prima luce ad oriente, cielo rosso macchiato da basse nuvole grigio scuro e da nere sagome di montagne fino all’orizzonte dell’ampia Val Veny che si apre sotto di noi.
Tutto molto freddo, la temperatura ma anche i colori che lentamente rinascono dalla notte, i toni grigi delle rocce, l’argento dello specchio del Lac Combal sullo sfondo, il biancoazzurro scintillante dei ghiacciai, il Monte Bianco che incombe sulla fila di formichine.
Lac Combal, sferzato senza riparo dalla brezza notturna, trangugio rapidamente la minestra, mangio mezza barretta, un goccio di coca e via, trotterellando in piano e aspettando la deviazione per la salita sulla destra, i primi escursionisti già in marcia. Presto si abbandona la carrareccia per imboccare il sentiero che sale dapprima tra i mughi e poi tra pascoli d’alta quota verso l’Arrete du Mont Favre, ancora un cambio di ritmo, la salita che mi piace perché non impatta sulle ginocchia e sulle caviglie, il passo sorprendentemente buono, nessuna traccia di sonno o di particolare stanchezza, la testa vuota da riempire con le immagini che si presentano via via dopo ogni dosso e ogni curva.
La cima è presto raggiunta, e adesso fino a Courmayeur è solo discesa, bella scorrevole fino al Col Chercruit e poi invece decisamente dura.
Il paese è ancora nell’ombra del fondovalle, a portata di mano sotto il precipizio, mentre qui il sole comincia già a scaldare, il sentiero è ripido, a secchi gradoni e stretti tornanti, polveroso.
La discesa ostica non finisce mai, Courmayeur è sempre lì e non sembra avvicinarsi, per la prima volta dalla partenza mi ritrovo a soffrire e la testa molla un poco, il ritmo rallenta, e l’unico rimedio è pensare che in ogni caso prima o poi si arriverà, è solo questione di essere pazienti. E infatti senza accorgermene sono già all’ingresso del paese e poco dopo all’ombra del grande palazzetto dello sport di Dolonne, ritiro il mio sacco ed entro nel salone gremito di gente.
E’ finita una delle “solite” corse, l’ottantino con cinquemila D+, sensazioni conosciute, una stanchezza fin qui già sperimentata, adesso viene il bello, l’ignoto di una distanza e di un tempo sulle gambe mai vissuti prima d’ora. Con calma mi cambio la maglia, indeciso sul da farsi con pantaloni, calzini e scarpe, che alla fine resteranno gli stessi, una pastasciutta, del pane, un pezzo di formaggio, della cioccolata per lo spirito, un caffè e la mezz’ora di sosta programmata vola via, bisogna ripartire.
Le nove, è giorno fatto ormai quando consegno il sacco ed esco sulla strada, attraverso il centro di Courmayeur, dove, a parte un bimbo accompagnato dalla nonna, nessuno sembra accorgersi di noi, e fuori dal paese mi aspetta la prossima salita al rifugio Bertone.
Breve tratto asfaltato, qualcuno tenta una conversazione, rispondo a monosillabi, odio parlare in queste situazioni, e poi su, per fortuna lasciando indietro il mio interlocutore, sentiero nel bosco, ancora buona salita, ritmo sostenuto, clima estivo e piacere di un po’ d’ombra, la percezione del tempo che svanisce, e quasi con sorpresa dopo circa un’ora il bosco si dirada e appare il rifugio, breve sosta acqua e via.
Dal punto di vista del panorama il tratto dal Bertone ad Arnuva è il più spettacolare, con tutta la catena del Bianco, maestosa, che nella piena luce del mezzogiorno domina il sentiero in saliscendi a mezza costa. Si sente che siamo su un versante nord, nonostante il sole fa fresco con qualche folata di vento, passi in salita si alternano a corsette in discesa, avanti, qualcuno mi passa, altri li passo io, un ultimo strappo in salita, il rifugio Bonatti, una veloce minestra in faccia alle rocce ed ai ghiacciai e via ancora, qualche salitella, discesa scorrevole, poco dopo, dietro una curva si vedono le auto ed il tendone del ristoro di Arnuva in basso, giù, lunghi tornanti, incrociando escursionisti in salita, scarponi e zaini carichi, brandelli di conversazioni, qualche buon giorno, ma senza l’entusiasmo dei francesi.
Arnuva, ristoro spartano, ancora una minestra, con calma, mezz’oretta di sosta adesso ci sta, le gambe comunicano la loro stanchezza, ma lo spirito è intatto, la testa lucida, il sonno finora non si è mai visto, sto bene, bene con me stesso, bene nel fisico, forse con una giacca a vento di troppo, ma è meglio sudare che tremare di fatica. Tempo scaduto, via, attraversare il letto del torrente e poi su, ottocento metri per scollinare, lo sguardo che cerca di capire in che direzione vada il sentiero su in alto, puntini colorati in fila mi dicono che piega prima verso destra e poi riattraversa verso sinistra, sole e vento adesso, polvere che impasta la bocca, il ritmo è decisamente più lento, il respiro un po’ più calmo, ma salgo ancora inesorabile, ad una velocità accettabile. Ancora una volta sembra non finire mai, mi dico pazienza, prima o poi inevitabilmente arriverà, ed è così che quando meno me l’aspetto sono sul traverso sommitale e mi ritrovo davanti all’igloo del soccorso, una freccia di lamiera stampata gialla e nera, molto svizzera, indica “La Fouly 2.10”.
Gran Col Ferret, il muro dei cento chilometri passato per la prima volta con una breve emozione, mi lascio alle spalle le rocce ed i ghiacci e mi affaccio su un paesaggio dall’andamento molto più dolce, ma arido e lunare, il sentiero in discesa è quasi una strada, morbido di terra e poco pendente, qui bisogna correre, mi sforzo, le gambe dapprima non capiscono, le piante dei piedi brontolano qualcosa, ma piano piano il tutto ritorna a girare, certo non così forsennatamente come ieri sera, ma comunque bene.
Giù, fare strada, guadagnare chilometri e tempo, la freccia gialla in mente, scendere a valle, verso un nuovo arrivo che, nonostante siamo solo a metà strada, sento vicino. In realtà la discesa è ancora tanta, il paese è in fondo ad una valle che si allunga piegando a sinistra, il sentiero corre a mezza costa con qualche salitella e perdendo quota lentamente, però il passo è buono e, come doveva essere, ad un certo punto si svolta a destra sulla massima pendenza verso la strada asfaltata.
Dopo poco è uno striscione, una casetta di legno, gente, odore di cibo, di nuovo la civiltà., il controllo del chip, un ambiente caldo, gente che dorme, un banco pieno di roba da mangiare, ancora una minestra, del pane, un pezzetto di formaggio, seduto ad un tavolino sotto la finestra che guarda verso il banco dei ritiri dove, al di là del vetro, i commissari di gara danno un definitivo colpo di forbice al pettorale, al sigillo del chip ed alle ultime speranze di quelli che non ce la fanno più. Il caldo mi dà un leggero senso di sonno, la mezzora canonica è passata, è ora di andare, raccolgo le mie forze e serenamente ordino alle gambe di muoversi.
Fuori c’è l’ultimo sole, pochi passi legnosi sull’asfalto, da qui ci sono una decina di chilometri di falsopiano in discesa, un altro tratto da correre se le gambe rispondessero come dovrebbero, e invece mi sento dolorante e legato, il passo non gira. Sono già entrato nel bosco che, come si dice, “la natura chiama”, è da stamattina che la sto covando e adesso la cosa si fa impellente, dimentico tutto e trovo per fortuna un angolo appartato dove mi accoscio senza pensieri per una lunga seduta.
Sarà stato lo stretching, forse il peso scaricato, sta di fatto che quando mi rialzo mi sembra di essere nuovo, gambe leggere, pronto e vigile, e allora via, correndo leggero su un terreno ideale, strada bianca e poi largo sentiero in leggera discesa, via via via ad una discreta velocità, o almeno così sembra, spingendo fino a sentire l’aria in faccia e nella maglietta bagnata, via fino al borgo di Praz de Fort, breve passaggio su asfalto e poi giù di nuovo su sterrato tra i prati del fondovalle, Champex Lac in fondo in alto sulla sinistra.
Discesa ancora per poco, poi l’attraversamento dell’asfalto a fondovalle et voilà, eccoci ai piedi dei quattrocento metri di salita che ci separano dal prossimo traguardo, è stata una bella volata e ora con sollievo dei piedi si torna al passo. Buon ritmo di salita, dapprima su pendenza dolce e con lo sguardo che spazia verso la valle dalla quale pian piano si guadagna in altitudine, poi su sentiero più ripido dentro al bosco, ripiegato nei miei pensieri perché gli occhi altro non hanno davanti che il fitto della vegetazione, su su, un tornante dopo l’altro, ogni tanto uno slargo lascia guardare verso l’orizzonte lontano, e dentro di nuovo nel bosco, solo un passo dopo l’altro, con una strana sensazione di vuoto che si fa strada piano piano.
E’ crisi?
E’ crisi, per la prima volta dalla partenza mi manca l’energia, non è il fiato che fa da limite, ma l’incapacità delle gambe di spingere di più ed anzi la voglia di mollare e sedersi per sempre, di trovare una scusa qualsiasi per fermarsi, no, non posso, non qui, non adesso.
E allora assecondo il mio corpo e rallento, rallento, rallento, rallento, ma senza cedere, senza fermarmi, anche se la voglia sarebbe tanta, piano piano ma sempre avanti, ancora un barlume di ritmo nei passi, quello di un alpinista ad alta quota, ma pur sempre ritmo, senza alcun pensiero, solo quello del prossimo passo che non può mancare.
E’ così l’ultimo chilometro fino a Champex, pago evidentemente la corsa in fondovalle, ma resisto fino all’asfalto, fino all’ingresso in paese, di nuovo tra la gente che incita ed applaude, fino al grande tendone, riscaldato, pieno di gente e di rumore. E’ un altro traguardo, una sosta, l’ennesima minestra, un caffè, vestirsi, una maglia in più, il cappello, è chiedere all’uscita la posizione, pocopiù che cinquecentesimo, siamo sempre là, si può andare.
In cielo l’ultimo argento del giorno si specchia nel lago che costeggio trotterellando sull’asfalto e tornando a camminare al primo accenno di pendenza, la crisi è decisamente passata, un’altra notte mi aspetta e ho davanti la salita della Bovine, dipinta come tremenda e terribile da chi l’ha già fatta. In realtà prima della salita c’è un bel tratto in falsopiano, col buio che ormai avvolge il bosco, un passaggio attraverso un borgo isolato, bambini offrono the ad un ristoro improvvisato, e di nuovo buio e carrareccia e passo svelto, quando arriverà la salita?
Arriva, arriva, piano piano la strada si fa più stretta, leggermente più ripida, si infila in un vallone che distinguo appena dall’ombra delle creste che mi sovrastano, il netto profilo seghettato degli abeti contro un cielo carico di stelle.
La strada diventa sentiero, si fa decisamente ripida, a piccoli tornanti tra enormi macigni, il ritmo è rotto in passi diseguali, un procedere lento, con attenzione ad ogni movimento per trovare la via meno faticosa, l’appoggio più conveniente, niente pensieri, solo pura concentrazione, solo l’ipnotica inesorabilità dell’andare avanti.
Piccoli atletici gruppi mi sorpassano veloci, dietro di me tre luci vicine, tre respiri, tre rumori, sento parlare spagnolo, es bueno el ritmo? domando un paio di volte, bueno bueno, mi sento dire, it’s allright go ahead, aggiunge un altro. E’ quanto basta per non dire più nulla, per capire che siamo soli e nello stesso tempo un unica macchina che produce all’unisono i chilogrammetri al secondo che ci porteranno senza dubbio in cima. Su su su, senza pensare, senza accorgerci che ad un certo punto c’è un vento freddo che entra nella giacca, che il sentiero ora è in piano, che il passo è tornato lungo e veloce, che mille metri sotto di noi la civiltà brilla di mille inutili lucine, che ad un certo punto dentro ad una tenda in un pentolone sul fuoco borbotta il brodo, che il bicchiere in mano scotta, che forse è il caso di mettermi addosso tutto quello che ho nello zaino, anche la magliettina sudata del giorno prima.
La Bovine è andata, discesa adesso, e correre per scaldarsi e per guadagnare un po’, tornare a far girare le cose, anche se i piedi e le ginocchia brontolano, ma tutto sommato gran parte del lavoro lo fa la forza di gravità. Giù nel buio del sottobosco, sentiero un po’ tecnico, niente di che, ma con insidiosi sassi sporgenti dal fondo in terra e radici di alberi che obbligano ad un’attenzione che fatico a tenere. Tutti mi avevano parlato dei drammi della salita, nessuno della discesa, in realtà la salita è filata via senza problemi e invece qui sto cominciando a soffrire, dolore ad ogni passo, bestemmie ad ogni appoggio sbagliato, nessuna luce in vista a fondovalle, un inferno polveroso che potrebbe durare all’infinito, e che tuttavia prima o poi finirà, ed è questo il solo pensiero che mi regge.
Giù nel buio, fino ad un primo borgo che sembra quello del ristoro, ma le ombre fanno intuire che è solo a mezza costa, e infatti dopo un breve tratto in piano è di nuovo inferno, in lontananza si vedono i lampioni di una strada, qualche casa, un campanile, ma sono molto più giù e molto sotto di noi, il sentiero sarà ancora ripidissimo, sofferenza, sofferenza, prima intuita e poi vissuta, giù a precipizio fino all’attraversamento buio di una strada asfaltata, presidiato da due volontari, che salutano “c’est fini”, ed è l’ingresso a Trient.
Sparuti nottambuli applaudono al passaggio per le stradine del paese deserto, un’inutile transenna mi guida verso il controllo, verso la luce del tendone, che mi accoglie con un sommesso rumore di chiacchiere, tutto è più piccolo qui, meno affollato, mi siedo, premurose volontarie mi servono al tavolo, minestra, pane, formaggio, cocacola. Ancora un summanello per arrivare a Vallorcine e poi un novegno fino a Cham, la certezza di farcela comincia ad essere più solida e non so se sia un bene o un male, la solita mezzoretta di sosta se ne va, le gambe hanno avuto il loro bastevole riposo, via, s’ha da finire.
Un breve tratto in discesa per attraversare il fondovalle ed è di nuovo sentiero in salita, bello liscio, ripido il giusto, costante, buono per il ritmo, uno due tre quattro bastoni, uno due tre quattro bastoni, non velocissimo, più di qualcuno mi passa via, ma salgo regolare e senza soste. Salire, salire, il ritmo ipnotico dei passi e dei bastoni, lo spazio ed il tempo annullati dal buio, solo nel mio bozzolo di luce della frontale, cielo stellato e neri profili di montagne, piano piano torna ad essere freddo, qualche folata di vento e luci arancioni sempre più lontane in fondovalle, ci siamo quasi. Il vento porta qualche sfilaccio di nebbia umida, terra ed erba bagnate sul sentiero, la pendenza piano piano diminuisce, il passo diventa più lungo e dopo aver passato un cartello che segnala i duemila metri e qualcosa di Catogne, dopo l’ennesima strisciata del lettore sul pettorale al controllo, dopo aver percorso più di centoquaranta chilometri, mi ritrovo a correre in leggera discesa.
Il fondo è buono, la pendenza quella giusta, via via via, senza respiro, senza sentire il sudore nonostante il freddo, nè i dolori alle giunture e alle piante dei piedi, è solo una pazza ed incredibile corsa in discesa, concorrenti che si scansano e dietro il rumore dei passi di qualcuno che si è messo al traino, giù per lunghi tornanti di sentiero a mezzacosta su ripidi prati, giù giù giù fino a quando ci si infila nuovamente nel bosco e la pendenza torna quasi in piano. Fine del divertimento, fine dell’illusione che potesse essere così fino in fondo, adesso è di nuovo terreno accidentato, sassi e radici, rallento, tengo ostinatamente un blando passo di corsa, faticosissimo, fino ad accorgermi che due piedi davanti a me semplicemente camminando sono altrettanto veloci, e allora mi adeguo, minimo sforzo massimo rendimento, anche se siamo in leggera discesa cammino scegliendo gli appoggi, tenendo il passo lungo ed il ritmo del mio traino davanti.
Ce n’è ancora un bel po’ così, fino a Vallorcine, saliscendi, scendi, qualche strappetto di sali, bosco fitto, sentiero, mulattiera, pista da sci, piccole scorciatoie sassose, piloni di funivia, bosco buio e fitto, sentiero, mulattiera, un breve tratto di prato umido e finalmente le case, asfalto in piano, un passaggio a livello e una stazione ferroviaria addormentata. Il calore del tendone, la solita procedura: controllo, minestra, pane, cocacola, seduto, due parole con chi mi siede di fronte, gente addormentata con la testa tra le braccia appoggiate sul tavolo, due passi per andare a prendere qualcosa di dolce, ancora un minuto al caldo del fungo a gas, l’occhio cade su un piccolo cartello vicino all’uscita “Chamonix 18 km 1200mD+”, via, è l’ultimo tiro.
Salita leggera fino al col des Montets, dapprima su asfalto, poi su buona mulattiera e poi ancora su asfalto, ad esser freschi qui si potrebbe correre, e bene anche, ma le gambe si accontentano di camminare a lunghi passi e spinta di bastoni, e va bene così, la velocità non è poi male e intanto macino così questi primi tre chilometri prima dell’attacco all’ultima vera salita. L’ultimo tratto è su una strada evidentemente dismessa, un curvone da statale con la linea tratteggiata in mezzo, e per la prima volta sento che il monotono incedere ha in sè anche la dolcezza del sonno, e mi accorgo di camminare ad occhi chiusi, aprendone solo uno di tanto in tanto per non perdere l’allineamento della mezzeria.
Dura poco, in lontananza si vedono le luci dei volontari che presidiano l’attraversamento della statale, al colle ci siamo e i pochi minuti di dormiveglia sono bastati a ridarmi lucidità, un grosso sbadiglio un paio di sorsate d’acqua gelida e tutto finisce lì. L’ultima salita, e anche l’ultimo buio, il passo adesso veramente montanaro, senza inutili gesti atletici, senza esplosione di muscoli, solo costanza, tornante dopo tornante, sasso dopo sasso, nel vento gelido che preannuncia l’alba, nel primissimo azzurro del cielo che si rischiara ad est, il nero che lascia posto al grigio, il primo verde che si distingue dai sassi e in lontananza i ghiacciai del Monte Bianco.
Su, piano ma senza fermarsi, figure umane che ora si distinguono come sagome intabarrate e non sono più solo un punto di luce brillante, su per un ripido sentiero a gradoni che di tanto in tanto spiana per poi riprendere durissimo, su nella luce del giorno che avanza, tingendo di rosso e d’oro le rocce e la neve, su fino a quando spiana definitivamente in un paesaggio lunare, il sentiero incerto tra grandi e piccoli sassi, su e già baciati dal primo sole quando si passa il controllo della Tete aux Vents, la Flegere e Cham in basso visibili in lontananza.
Mancano poco più di dieci chilometri, e non facilissimi peraltro, però l’emozione di avercela fatta, complice un nuovo giorno ora radioso, comincia a farsi strada.
Discesa ancora ostica, sentiero tecnico, l’ultima concentrazione sui passi fino a quando il sentiero diventa dolce e corre in un’ampio e verde vallone, rocce in alto sulla destra e il Monte Bianco in tutta la sua grandezza davanti, la Flegere è lì, ma quattro chilometri sono sempre quattro chilometri, e solo dopo un po’ arrivo allo strappettino in salita che porta ad un ristoro dove si respira già un’aria da “è finita”.
Un’inutile coca cola, un quadratino di cioccolata e via, ora è solo discesa e speriamo che non sia dura. Le ginocchia adesso si lamentano, le piante dei piedi bruciano e in qualche punto dentro alle scarpe ho la netta sensazione che ci siano delle vesciche, anche le braccia e la schiena sono indolenzite, ma l’idea di arrivare ed il sole, che adesso scalda decisamente, fanno passare tutto ciò mentre da non so dove tiro fuori dell’energia ancora disponibile per chiudere gli ultimi chilometri. Trotterello in discesa, imponendomi una corsa inevitabilmente un po’ legnosa, prima sul ripido di una pista da sci e poi sui tornanti e sui gradoni di un largo sentiero polveroso nella siccità agostana.
Mi impongo di correre, anche se camminare sarebbe più comodo, il pensiero adesso è quello tipico da arrivo, la testa che molla un po’ e la volontà che impone di non fermarsi e di non rallentare perché così il supplizio durerà meno.
Giù e poi in piano, nel caldo sottobosco baciato dal sole, cercando di capire guardando a valle quanto manca, incontro gente che sale in escursione domenicale, i bravò si sprecano, tutti hanno una parola per me, più complimenti che incoraggiamento ormai, c’est fini, supèr. Giù ancora, passaggio sul terrazzo di una baita panoramica, il fuoristrada del gestore parcheggiato dietro, ma allora sentiero non può essercene più, giù, giù, la città di Chamonix con i suoi brutti palazzoni è adesso a portata di mano, è proprio qui sotto, giù giù giù, di corsa, con la falcata che ridiventa rotonda man mano che la pendenza diminuisce.
Strada bianca, famiglie in passeggiata, bravò bravò supèr, sole estivo, cielo pulito, colori brillanti, verde esuberante, mi chiedo per l’ennesima volta quanto manca e non mi accorgo di essere già sull’asfalto, paesaggio urbano, marciapiedi, gente che applaude, la consapevolezza di essere riuscito ad arrivare in fondo si consolida dentro ad un groppo in gola che non ne vuole sapere di sciogliersi.
Il fondo liscio, il passo di corsa leggero, i bastoni in mano, le vie del centro, gente, rumore, grida di amici, un cinque battuto dalla transenna, sole musica e gloria, è fatta, è fatta, è fatta. Un grande sorriso mi aspetta sotto lo striscione dell’arrivo e poi è solo un lungo, fortissimo, meraviglioso abbraccio, sono solo lacrime, è solo un ripetere all’infinito “è bellissimo”.
E’ passato già un anno dall’ultima Lanaro Gran Fondo, gara creata e organizzata alla grande dal Gruppo Vulkan: per me è la gara che da avvio alla nuova stagione di corse e che permette di fare il “punto della situazione” dal punto di vista della forma fisica, il punto di inizio su cui si lavorerà durante l’anno…. un pò come lo è la Cavalcata Carsica, il riepilogo delle fatiche dell’anno trascorso… riepilogo che, poche settimane fa, non si è concluso come speravo…
Il fantastico video girato da Andrea (http://www.rupikaber.com/) durante l’allenamento da Mocco alla Cima del Lanaro… e leggetevi anche il racconto di Valentina sul suo blog, sia del allenamento che della gara…
Dopo la Cavalcata Carsica gli allenamenti sono ripresi con, dopo una settimana di “scazzo atletico”, con più entusiasmo… corse in bella compagnia sul Lanaro (tre volte sulla cima, con partenza rispettivamente da Moccò, Basovizza e dalla Rocca di Monrupino), una bella corsa sul percorso della Jamarun per iniziare l’anno e un bel allenamento in notturna sul Monte San Michele, organizzato dal negozio 32 Cippi di Gradisca con il patrocinio della Brooks, che ha permesso di testare l’abbigliamento durante l’allenamento.
Quest’ultimo è stato un “allenamento” piuttosto duro: dopo una partenza easy, mi sono trovato nel gruppo di testa…. ok che era un allenamento, ma si marciava di brutto….. forse merito di un certo Ivan Cudin che teneva un buon ritmo….
Ma torniamo alla Lanaro Gran Fondo….
La Lanaro Gran Fondo: un parto del Gruppo Vulkan…
… dal punto di vista atmosferico la giornata non si preannuncia positiva: la nebbia avvolge la città e la zona industriale appare ancora più triste… ma già arrivati (io e mio papà, che mi farà da spalla in questa bella gara) al punto di partenza, sulla ciclabile della Val Rosandra (a Moccò, precisamente) la situazione cambia, con una nebbia che si fa sempre più tenue e inconsistente… fino a sparire completamente man mano che si salirà.
Siamo in tanti: 120 runners al via (9.30) a cui seguiranno, dopo una mezzora, i ciclisti….. ciclisti con cui, volenti o no, dovremmo convivere, spostandoci di lato, onde evitare di venir investiti…. ma, almeno per me, direi che non ci sono stati particolari problemi di convivenza… ma forse far partire i ciclisti prima, non sarebbe meglio?
Ecco che, un pò alla volta, compaiono i compagni degli ultimi allenamenti e delle ultime gare, Valentina , Giuliana, Enrico, Stefano, Marcello, Alessandro, Alberto, Andrea (che, in bicicletta, farà da supervisore )…. Paolo e Francesca dai monti (vincitori della passata edizione di Estramente Parco, 110 km nelle Prealpi Giulie… con un Enrico giunto al terzo posto…. che trio!)… si scambiano battute, ma la mia attenzione è per la gara… con cui ho un personale conto in sospeso.
La Rocca di Monrupino sospesa nella nebbia
L’anno passato, complice una Cavalcata Carsica terminata tutto sommato bene (i 53 km percorsi in 5.20… contro le oltre 6 ore di questo anno… ), ho tirato troppo in partenza… ma veramente troppo. La salita dopo Draga l’ho fatta camminando… poi crisi di sete…. affanno durante tutti i 30 km…. e la salita finale il colpo di grazia…. finita in 2h e 49…. non è un tempo da buttar via…. ma poteva essere abbondantemente limato verso il basso….
Quindi, questo anno… rivincita!
Si parte.
… partenza! Con un Licen Porro già pronto per il nuovo record…
Mantengo un ritmo tranquillo (5 al km ) per tutti i 5km della ciclabile…. la rampetta che porta a Pese la faccio corricchiando…. poi inizio ad aumentare.
La nebbia sparisce e il panorama si apre, da sotto il Concusso, verso il Golfo: la nebbia sotto e noi sopra, a correre.
Dal Concusso fino a oltre Grozzana si formerà un micro-gruppo, io, Marco e un altro runner: si corre veloci, per i prossimi 12 km il Garmin segnerà una media di 4:30 – 4:40 al km… le gambe rispondono bene, ma cerco sempre di non esagerare e di usare un pò più la testa (con i miei limiti, ovviamente…). Marco, abituato più alle “salite dietro casa”, rallenta, mentre l’altro runner aumenta… ha un respiro affannoso, sono convinto che stia per esplodere… invece…. arrivati al lungo rettilineo in salita che porta alla Rocca di Monrupino continua a tenere il suo bel passo…. e non lo vedo più…..
… e quasi ci siamo al primo ristoro…
Si passa la Rocca: il Lanaro è sempre più vicino….. si passa la salita di asfalto, e, dopo un pò, inizia la salita vera e propria, con le sue belle pendenze del 20%.
… la dura salita, dura sia per i runner che per i ciclisti..
Vengo raggiunto da un Runner, Alessandro M. (credo..) che teneva già un buon passo sulla ciclabile… e sulla salita di Draga…. Adesso il suo passo aumenta ancora, in salita non riesco a tenerlo…. alle spalle sento un altra presenza, mi giro e vedo, Piero… con un passo che non mi permetterà di prender fiato fino alla cima… di perder un altra posizione non ho voglia e tengo duro.
… finita!
Sicuramente, se non c’era qualcuno dietro, avrei calato il passo: meglio così, a volte una spinta è necessaria.
Finalmente, dopo gli ultimi strappi, arrivo al traguardo: 2h e 34 minuti e qualche secondo…. bene, benissimo!
Marco, Francesca e Enrico
Foto di gruppo con Marcello, Andrea, Stefano, Valentina, Io e la bici di Andrea
Adesso vediamo quali saranno le prossime gare… Ultrabericus? Traversata dei Colli Euganei? LUT? …. occasioni per sudare non mancheranno….
—————————————————————————————————
Tutte le foto fatte dal mio “sherpa” (cioè mio papà…grazie! ) sono QUI.
Il 2010 è finito da un pò (..a proposito, buon anno a tutti! ) ed è tempo del consueto “bilancio consuntivo” di fine anno.
Positivo, direi, dalla tabella che ho finito di compilare poco fa…
L’indimenticabile arrivo della LUT, dopo 90 km
Positivo grazie a tutte le gare fatte, grazie ai km (più di 600 solo nelle gare… e dentro la tabella non ho messo la mitica “12 ore di Monte Carso“, 47 km.. e la Premantura Mini Marathon… ) percorsi, positivo grazie ai panorami ammirati, al sudore versato, al dolore provato in certe salite… e provato atterrando in certe discese….
Positivo soprattutto per tutti gli altri runners, più o meno fuori di testa che ho incontrato in gara e in allenamento, sottocasa, Carso o sulle Dolomiti…
..con Enrico, Lia, Paolo e MeMedesimo al Antico Troi degli Sciamani..
Dalla tabellina fondo-pagina si capisce che devo capire ancora cosa fare “da grande”: ci sono gare di velocità, mezzemaratone, un maratona… e qualche ultra…. 5, per l’esattezza…. che non son poche…. e che, solo nel 2009, mi sarei sognato di fare e di portare a termine.
La LUT, la Cormor Ultra, la Magredi, la Cavalcata Carsica e, in coppia con Enrico, l’Antico Troi degli Sciamani: gare dure, ma che regalano una soddisfazione infinita a portarle a termine.
Di tutte queste, la LUT (Lavaredo Ultra Trail), forse perchè è stata la prima “vera” ultra, è quella che mi è rimasta più nel cuore.. e nelle gambe. Dopo mesi mi vengono in mente ancora tratti del percorso, la fatica (fisica e mentale..) della Valle di San Vito Alta o la lunga e veloce discesa, fatta con una energia ritrovata, fino all’arrivo.
.. l’arrivo della Cormor Ultra, dopo 70 km…
E poi c’è il fango della Traversata dei Colli Euganei, il paesaggio unico della Magredi, le foreste del Cansiglio, i 69 km della Cormor Ultra, corsi tutti, magari con un passo che rasentava la camminata, ma corsi….
Alla “Premantura Mini-Marathon” con l’amico Diego
E poi ci sono gli allenamenti, da solo o in compagnia: la ciclabile, la Val Rosandra, Monte Carso, il Sentiero 3, il Concusso…. ma probabilmente l’allenamento più bello è stato il “Sistiana – Lazzaretto“, 60 km di “cazzeggio e corsa”, corsa lenta, interrotta da numerosissime pause fotografiche… e, per iniziare bene l’anno con qualcosa di tranquillo “il Barcis-Piancavallo” in notturna con Paolo e Alberto, con il freddo, la neve e il ghiaccio… e anche un pò di salita….
Dalla baia di Sistiana a Lazzaretto : 60 km tra i sentieri “vista mare” del Carso Triestino
… da Barcis a Piancavallo (..e ritorno..), di notte, con Alberto e Paolo….
.. e, per finire l’anno in compagnia, allenamento sul monte Lanaro …
Cliccando sui link della tabella si arriva al racconto della gara, quando presente (la mia pigrizia a volte ha il sopravvento)….
Pubblico di seguito l’articolo inviatomi da Enrico, su due delle più particolari e uniche gare podistiche del nostro Carso, la Cronotraversata del Maestro e la Cavalcata Carsica.
La particolarità della Cronotraversata è che…. si corre sottoterra, nella incredibile e unica cornice dellaGrotta Gigante…. una gara veloce, che lascia però senza fiato, senza fiato per il panorama che ogni tanto si riesce a cogliere saltellando per gli innumerevoli scalini e, soprattutto, per i 500 scalini che riportano alla luce del sole.
Una gara unica, creata e voluta e organizzata da quei “soliti pazzerelli” del CAICIM….
E poi arriva la Cavalcata Carsica: la gara non gara più bella del Carso Triestino…. e per me di tutta la stagione. Quest’anno non scrivo il consueto articolo…. lo ammetto: ho impiegato una cinquantina di minuti in più dell’anno scorso (andatura da tapascione) e sono ancora che ci penso….
Ed ecco, di seguito, il racconto di Enrico: e sono sicuro che nel 2011 di gare da raccontare ne avrà diverse… vero Enrico?
———————-
Cosa possono avere in comune la Cronotraversata del Maestro e la Cavalcata carsica?
Forse niente, ragionando in termini “sportivi”, e confrontando il chilometro e seicento metri della prima e i cinquantatre chilometri della seconda.
Ma si accomunano per il fatto che sono la celebrazione di un territorio.
E celebrare un territorio vuol dire, per noi, volerci correre. In tutte quelle che sono le sue particolarità.
Il territorio è il Carso triestino. E di particolarità ne ha parecchie, come la grotta turistica più grande del mondo.
Ed ecco che qualcuno ha la pensata di organizzare una gara in questo contesto; la prima gara in ambiente ipogeo! Sono quelli del Cai-Corsa in Montagna che ne inventano sempre delle belle, l’anno è il 1997!
Il 28 novembre partecipo alla mia prima Cronotraversata del Maestro; oltre il centinaio i partecipanti che partiranno alla cadenza di una persona ogni trenta secondi.
Giornata fredda e cielo minaccioso, ma ci si veste leggeri e qualcuno sfoggia calzoncini e canottiera, che tanto è questione di una decina di minuti e la grotta è temperata.
Alla partenza vengo presentato come un ultramaratoneta che per sentirsi a suo agio deve superare i cinquanta chilometri! Difatti non ho pretese in termini di classifica oggi, piuttosto una gran voglia di vivere questa breve avventura con stupore e i sensi ben aperti a cogliere l’atmosfera inusuale.
E soprattutto a non farmi male che la settimana prossima si fa la Cavalcata carsica e lì voglio far bene!
Corro senza farmi venire il fiatone, come faccio nei trail, non una grande strategia in una cronometro, si fa un piccolo circuito all’esterno, stile gara campestre, con l’impaccio della neve, poi finalmente ci si infila nella grotta, in discesa. I primi gradini, le prime strette gallerie e poi la magia! La grotta si spalanca in tutta la sua grandezza e bellezza, nei colori delle luci soffuse, nei suoni ovattati degli altri concorrenti e dei gocciolii dello stillicidio.
Magia.
Vado a tutta in discesa, due gradini e un salto di cinque, fino al pianerottolo, due gradini e un salto di cinque… e il mio tempo in discesa non sarà niente male, anche se ogni tanto non posso resistere dal gustarmi il panorama. E per qualche secondo sono un viaggiatore stupefatto.
La risalita si presenta in tutta la sua ripidità e un cartello, cinquecento gradini alla fine, lo sottolinea. Via in salita! Gradini e gradini da fare rapidamente, tirandosi su a braccia, aggrappati ai corrimano.
L’enorme caverna viene lasciata alle spalle, e i cartelli si susseguono, duecentocinquanta, cento, cinquanta, venticinque (un vantaggio vivere al quarto piano senza ascensore, penso!), nel piccolo pertugio che porta all’esterno voci e un lembo di cielo. Finisco in 10.51, senza strafare, con un carico di grandi emozioni.
Fuori il cielo minaccia neve, che scenderà da lì a poco, con la bora che si alza impetuosa; salta l’allenamento pomeridiano sul terreno della Cavalcata.
La prima domenica di dicembre è la Cavalcata carsica; per alcuni è la fine della stagione per me è l’inizio di tutto.
Affascinato dalla descrizione dell’evento nel libro “Carso di corsa” mi preparo per tutta l’estate e l’autunno del 2009, passando dai dieci km “corsi per tenersi in forma” agli oltre quaranta, la mia prima maratona autogestita.
Buoni i tempi e le sensazioni mi presento il giorno della gara alla partenza da completo sconosciuto e assolutamente avulso dal contesto. Dopo qualche ora, giunto sesto e una manciata di secondi sotto le cinque ore, cosa che ti procura una certa dose di rispetto, mi sento già qualcuno nell’ambiente!
E’ passato un anno di trail, pienamente soddisfatto è il tempo di ritrovare il primo amore.
Per prepararsi alla Cavalcata bisogna insistere quando, oramai, vorresti riposarti e riflettere sulle corse passate e quelle future. Significa, nei tardi pomeriggi, fatta già notte, indossare la frontale, buttarsi nei boschi nell’umido, a sfidare il freddo, la pioggia, la neve a volte, e incrociare gli sguardi scintillanti di perplessi caprioli.
Sono un po’ inquieto negli ultimi tempi, dopo la Cormor Ultra e il Casto ho un po’ di pubalgia e una caviglia dolorante e mi alleno con grande attenzione e una certa moderazione, ma, per mia buona sorte, miglioro nell’ultima settimana.
Domenica ci si trova nel piazzale da cui ha inizio il Sentiero 3 a Pese, confine di stato con la Slovenia; non sono più un perfetto sconosciuto, tanta gente da salutare, la delegazione di veneti conosciuti sulla mitica corriera per il Casto, quelli di “Estremamente parco”, appassionante trail della Val Resia, e tanti altri incontrati qua e là.
Definita da qualcuno Trail Autogestito Competitivo alla Cavalcata non ci sono numeri ne’ iscrizioni, si lascia il nome ai “cronometristi” che prenderanno i tempi all’arrivo e stileranno la classifica, una corsa per “galantuomini” come mi disse un veterano della corsa, da fare senza imboccare scorciatoie o fare furberie.
Davanti a noi, in questa alba fredda ma non terribile, scongiurate le stilettate della temuta bora, una cinquantina di chilometri di carso “selvadego”, come scriverà Rasentin nel forum di Spirito Trail, in terrigno dialetto veneto.
Record di partecipanti, oltre i cento (chi l’avrebbe sospettato ancora pochi anni fa?), la gente trabocca dal piazzale nella strada facendo rallentare gli autobus di passaggio. Tutto ciò fa molto Critical Mass e mi diverte, e divertendomi mi ribalto, buon viatico cadere prima della partenza per non cadere in gara!
Alla partenza scatto in avanti, il sentiero è innevato e temo lastre di ghiaccio, meglio gestirsi i primi chilometri senza andare a ruota degli altri. Sono solo nelle prime salite, le ho provate il giorno prima e seguo le mie orme stampate nella neve; con orecchio teso ascolto se arriva qualcuno alle mie spalle che gente forte non manca di sicuro. Mi godo l’uscita nel primo paese, Grozzana, in prima posizione e, ancora in solitaria, comincerò la salita al monte Concusso.
In cima al monte mi raggiunge Paolo Massarenti (vincitore quest’anno, per quanto riguarda il nostro ambiente, della Cormor Ultra, dei Magreid e dell’ultima edizione della Cavalcata), gran bel corridore elegante e leggero, francamente potrebbe andarsene dopo avermi dato l’arrivederci ma è insicuro su questa parte di percorso e, quindi, gli farò da guida ed è un onore per me arrivare con lui a Monrupino, ventunesimo chilometro.
Un consistente gruppo di persone è in attesa in questo passaggio per offrire i rifornimenti, ci fermiamo per un the, e mentre sorbiamo la bevanda ci raggiungono gli inseguitori. Sarebbero quattro, ma ancora adesso non capisco se tutti fossero in gara, se qualcuno accompagnasse altri o chissà cosa. In ogni caso questi tirano dritto, noi a corrergli dietro, che Paolo trova subito qualcuno che fila ai suoi livelli e io comincio a penare, senza dubbio tracciare la pista nella neve ha prosciugato un bel po’ delle mie energie
Soffro e vado in crisi. Ma al tempo stesso questo è il tratto di sentiero che amo di più.
E’ corsa nei boschi in completa solitudine, meditazione in movimento, nessuno a vista davanti, oramai, nessuno che arriva dietro.
E’ fango, ancora neve nei tratti ombrosi, pietre scivolose a tenderti tranelli. Ma non posso che sentirmi sereno e accettare il mio ritmo, e andare, che dubbi sugli incroci che potrebbero farti sbagliare strada non ne ho.
Le Raptor, compagne di tante avventure ormai sfasciate, cercano punti d’appoggio sicuri. “Scarpe rotte eppur bisogna andar:…” mi canticchio e il mio sangue partigiano ribolle. Bisognava ben sapere correre a quei tempi per sfuggire, nei rastrellamenti, ai nazisti che ti si stringevano addosso.
San Pelagio, trentasettesimo chilometro, è l’uscita su una strada che diventa punto di riunione per amici e familiari che ti sostengono nei rifornimenti. C’è mia madre che mi rivede “fare lo sportivo” dopo decenni dalle mie prestazioni giovanili di scadente ciclista.
Mi dicono che sono terzo, ne sono sorpreso, il Sentiero 3 è così, si “mangia le persone”, una piccola distrazione e ti spedisce nel posto sbagliato, a ingarbugliarti su sentieri che se ne vanno in chissà quali direzioni!
E così potrebbe essere accaduto ad alcuni di quelli che si trovavano davanti, o chissà che altro.
In ogni caso il terzo posto me lo tengo stretto e riparto deciso, ancora sedici alla fine.
E ci sono ancora boschi, rocce, sterrato scorrevole e sentiero stretto, e le tracce della Grande Guerra che qui, nelle trincee, hanno ben penato sotto i bombardamenti. E in fondo io peno per ben poco, stanchezza e qualche avvisaglia di crampi, non per delle crudeli schegge di acciaio che ti squarciano il corpo.
Monte Hermada, l’ultima breve salita, la vista forse più bella, i monti sloveni innevati da una parte, il mare dall’altra. Il paese di Iamiano, il traguardo, finalmente visibile. Un sguardo d’obbligo prima di una delirante discesa. Uno scivolo di un centinaio di metri senza curve che ognuno interpreta come può. Ma anche questo passa senza crearmi danni.
Medeazza è l’ultimo paese che si incrocia prima dell’arrivo, ultimi saluti ai miei familiari, che oramai è questione di una decina di minuti e ci si vede all’arrivo.
Iamiano: il sentiero si interrompe sulla strada del paese, dopo un ultimo, un po’ crudele, strappo in salita.